Le "notti romane" di Pievefavera
Rocco e borgo arrampicati sul Chienti

Le "notti romane" di Pievefavera Rocco e borgo arrampicati sul Chienti
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Mercoledì 11 Aprile 2018, 13:25

Meritano la prima gita primaverile quei luoghi dove più crudelmente il terremoto ha colpito. A Caldarola sono attualmente inagibili i monumenti più insigni, quelli che hanno trasformato un borgo pastorale in una cittadina dall’elegante assetto urbano. È stata la previdenza dei cardinali Pallotta - in testa il potentissimo Evangelista, prefetto della Fabbrica di San Pietro sotto Sisto V - a operare la trasformazione. Parliamo della Collegiata di San Martino, del Santuario di S. Maria del Monte, dell’ottocentesco Teatro Comunale e della Collegiata di San Gregorio. Ma soprattutto parliamo del Castello dei Pallotta, sviluppato da fortilizio medievale in rinascimentale residenza, fino al 2016 visitabile: dall’esterno, sulle mura dalla merlatura guelfa, con i cammini di ronda e il ponte levatoio, si ammira il parco circostante, e poi si prosegue fino alle sale interne, con gli scaloni e le altane.



Un calice di Vernaccia
Scendendo nella piazza quadrangolare che costituisce il cuore del paese, troviamo il Palazzo dei cardinali Pallotta che, negli anni passati, una volta restaurato, ha accolto importanti mostre: una delle più belle, quella dedicata a Simone De Magistris, nativo di qui, che i cardinali valorizzarono come il più grande pittore del Manierismo. Dovremo aspettare ancora, prima di tornare a visitare la Stanza del Paradiso, che Evangelista aveva voluto come stupefacente “stanza di meditazione”. Per circondarsi di amenità, lo fece decorare di scene naturali e di elementi mitologici, inquadrati da colori vivaci, tra realismo e immaginazione.
Dopo un bel calice di Vernaccia di Serrapetrona fuori le mura, conviene optare per i dintorni, scegliendo un itinerario che ci conduca ad ammirare dall’alto la valle del Chienti, le cui pendici in questo punto, attorno all’occhio azzurro del lago di Caccamo, sono coperte di oliveti pregiati. È questa l’area di produzione della oliva Coroncina, all’origine di un olio fruttato, pungente, che profuma di verde. Il fiume qui è sorvegliato dalla rocca di Pievefavera, un borgo fortificato. Fino a qualche decennio fa abbandonato alle offese del tempo e semi-disabitato, è tornato a splendere grazie ai restauri iniziati dopo che la comunità lo aveva eletto a contesto ideale di un Presepe vivente. Oggi, guarnite di gerani, splendono le pietre, le facciate e gli aerei affacci dalla triplice cinta di mura. Si avvolge attorno al nucleo centrale sulla rupe degradante, da uno all’altro dei due torrioni poligonali. Al centro, accanto alla fontana si affaccia la casa di tal Varino Favorino, vescovo e letterato che fu pedagogo dei figli di Lorenzo il Magnifico. E qui, la tradizione vuole che Alessandro Verri, il bel fratello del più noto Pietro, ospitato in questo castello dalla chiacchierata marchesa Sparapani del Drago, abbia scritto le sue “Notti romane”. Non poteva di certo mancargli l’ispirazione, avvenenza della marchesa permettendo, in questo piccolo regno imprendibile, nel suono perenne del vento tra i merli, screziato solo dai gridi delle poiane.



A Valcimarra
Più casti e pii di lui, erano di certo gli eremiti che abitarono poco lontano, nei pressi di Valcimarra. Raggiungibili da qui, con un sentiero a mezzacosta, accanto alla chiesetta della Madonna del Sasso, sono i ruderi dell’Abbazia di San Benedetto “de cripta in saxo latronis”. Anche i non credenti troveranno nel silenzio di questi luoghi che furono di contemplazione mistica, tuttora solitari, la quiete che deriva dalla vista che si allunga tra distese di olivi, acque chiare e pendici scoscese.
 
Il Castello di Vestignano bel maniero del Trecento
Più a sud di Pievefavera, verso San Ginesio, appartenente allo stesso sistema difensivo, è visitabile il castello di Vestignano, maniero risalente al Trecento. Il torrione cilindrico angolare domina il borgo medievale, e fuori dalla cerchia muraria, la duecentesca chiesa di San Martino (il santo spicca su di un bassorilievo della facciata) custodisce opere preziose di Simone De Magistris, che affrescò la transenna absidale con l’Ascensione, la Crocifissione e l’Assunta, tra San Giorgio e San Martino, ma anche di suo padre Andrea e di Nobile da Lucca.

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