Fermo, il primario Amadio intravede la luce in fondo al tunnel Coronavirus: «Ma teniamo duro fino a maggio»

Martedì 7 Aprile 2020
Fermo, il primario Amadio intravede la luce in fondo al tunnel Coronavirus: «Ma teniamo duro fino a maggio»

FERMO «Giorni turbolenti, molto faticosi e brutti». Così Giorgio Amadio, primario di Malattie infettive dell’ospedale di Fermo descrive la vita, in questo periodo, dentro il Murri. I pazienti ricoverati nel reparto che dirige sono 32.

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Dottore, com’è attualmente la situazione?
«Sembra migliorata. C’è stata una riduzione di accessi al pronto soccorso. Dobbiamo continuare a mantenere le misure e a usare le mascherine, per riuscire a ridurre i danni. Se teniamo duro fino a maggio, ce lo ritroveremo dopo. Non ritengo giusto iniziare a riaprire qualcosa prima, altrimenti rischiamo di riavere un numero elevato di casi».
 
Com’è il lavoro in reparto ai tempi del Coronavirus?
«C’è stato un importante cambiamento nel rapporto con il malato e con i suoi famigliari. Non è facile riuscire a spiegare le condizioni di salute al telefono, soprattutto quando il quadro clinico è critico e quando il paziente rischia di morire, com’è successo diverse volte. Alla fine del giro di chiamate esplode l’angoscia».
Come curate i malati?
«Non abbiamo ancora una terapia certa e accreditata. Vengono utilizzati quei farmaci che, dagli studi, dimostrano una certa efficacia, come quello usata per curare l’artrite reumatoide. I farmaci per l’Hiv, che alcuni studi davano con piena efficacia, non l’hanno dimostrata e sono stati tolti dal nostro armamentario».
E poi?
«C’è anche il Tocilizumab, un farmaco biologico. Questo è un virus particolare che bersaglia soprattutto i polmoni, con una risposta infiammatoria importante che li danneggia in maniera molto grave. Ma il virus può aggredire tutto organismo, provocando miocarditi, interessamenti intestinali e un aumento del rischio di embolie polmonari. Il prezzo maggiore l’hanno pagato i nostri anziani, soprattutto con pluripatologie».
Tanti erano ricoverati al Murri per altri motivi. Com’è entrato il Covid-19 in ospedale?
«Questo è un virus infido. Buona parte delle persone infettate sono asintomatiche. È facile che siano entrate persone asintomatiche che possono avere contagiato gli altri, com’è successo negli altri ospedali. Adesso sappiamo che probabilmente questo virus circolava da tempo e ce lo siamo trovato nei reparti senza sapere che c’era. Anche perché, prima che esplodesse, erano previsti controlli solo per chi proveniva da Wuhan, Codogno e poche altre zone».
Poi che è successo?
«Ci siamo mossi, ma è stato come fare un muretto di un metro e dieci prevedendo un’onda di un metro, mentre l’onda che è arrivata è stata di tre metri e si è portata via anche il muretto. Abbiamo dovuto cambiare tutto. L’emergenza ha coinvolto l’intero sistema che ha dovuto fare i conti con i posti letto e le risorse che man mano ci erano stati tolti. Abbiamo dovuto reagire con quello che avevano. È stato fatto un lavoro mastodontico».
E adesso?
«Non dobbiamo pensare che il problema Covid si esaurisca nella fase acuta. La convalescenza può essere più o meno lunga e dobbiamo avere strutture dove i pazienti possano trascorrerla, liberando spazi in ospedale».
In questi giorni si parla molto di test sierologici, che ne pensa?
«Non abbiamo ancora conoscenze scientifiche che ci permettono di essere sicuri della loro efficacia. La metodica più sicura, oggi, è il tampone».

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