Il sogno e l'appello dell'imprenditore albanese Erion: «Datemi la cittadinanza, così posso assumere»

Martedì 2 Marzo 2021 di Gianluca Murgia
Il sogno e l'appello dell'imprenditore albanese Erion: «Datemi la cittadinanza, così posso assumere»

VALLEFOGLIA - L’uomo che ha portato il mare a Vallefoglia è arrivato a piedi dall’Albania. Oggi è armatore di un peschereccio ormeggiato a Cattolica, dà lavoro a diversi giovani montecchiesi, dona il pesce invenduto alle famiglie bisognose ma aspetta ancora, da anni, la cittadinanza italiana.

Erion Shabanaj, nel 2005, era poco più che ragazzino quando entrò in Italia dopo aver risalito la penisola balcanica passo dopo passo, confine dopo confine, rischiando la vita per 15 giorni, pagando agli “scafisti della terra” una quota di 4 mila euro. «Per ripagarla e sostenere la mia famiglia rimasta a Valona ho lavorato per un anno come fabbro tutti i giorni, compresi sabato e domenica - racconta -.Vivevo a casa di mio zio a Napoli: quando arrivai, quasi non mi riconobbero…». 

 

La rivalsa

Oggi ha 31 anni ma pare ne abbia vissuti almeno il doppio. «Eravamo io e un amico di 18 anni, siamo stati tre giorni senza mangiare, in Slovenia siamo stati bloccati in autostrada dalla polizia che ci ha arrestato, in Croazia ci hanno fermato e spedito alla stazione dei pullman per rimandarci in Albania. Se fossimo passati in Serbia avremmo rischiato la vita. Alla fine siamo arrivati a Udine. Una storia lunga…». La sua prima fermata italiana, dopo più di 1.500 Km, fu la stazione dei treni di Cattolica: un futuro sblocca ricordi. «E chi l’aveva mai visto un treno? Salutai il mio compagno di viaggio e andai fino a Napoli da mio zio. In quella stazione non ci sono più tornato fino all’anno scorso, per ricevere un cliente: mi è tornato in mente tutto, un segno del destino». A Montecchio è arrivato a 17 anni. «Fino ai 19 ho lavorato in fabbrica da Vitri ma volevo creare qualcosa di mio - spiega - Così, quando venne fuori l’opportunità di lavorare in mare, tramite degli amici di Cattolica, iniziai. Il primo anno sul Granada, poi sullo Spunta l’Alba. Il primo mese è stata dura un bel po’ - rimarca Erion con un intercalare da pesarese vero -. Gli amici dicevano “non ce la fa”. Non ho mollato per l’orgoglio». E ora ha una barca tutta sua, Spunta l’Alba, e fa pesca volante a coppia (una pratica “responsabile” che mitiga al minimo gli effetti della pesca, ndr) con l’altra imbarcazione, l’Eugenio Pozzi. «A bordo siamo in 10, compresi io e il mio socio, più altri due che lavorano quando torniamo. Peschiamo pesce azzurro, la licenza è limitata. Siamo iscritti a Pesaro: da Ancona a Cesenatico ci siamo solo noi». Erion non dimentica la povertà vissuta: ha aderito a “Un mare di solidarietà”, progetto del direttivo di Slowfood Urbino che, grazie a Giulio Lonzi, coinvolge i Comuni di Gabicce Mare, Fermignano e Pergola oltre alle Caritas di Cattolica, Fano e Pesaro. «La prossima, spero, sarà quella di Montecchio». Un ringraziamento speciale va all’avvocato Maria Rosa Conti e Francesco Zanellato: con Slowfood Pesaro c’è allo studio un evento, in primavera, sull’antica marineria. Intanto è stata avviata una possibile collaborazione con la Comunità Papa Giovanni XXIII. «Il vecchio titolare dello Spunta l’Alba era anche albergatore, non aveva figli, andava in pensione - continua Erion - Così tre anni fa l’abbiamo rilevata in tre, dopo un anno siamo rimasti in 2. Della società ora fa parte anche mia moglie, lei cura le pratiche burocratiche. Alcuni dei miei ex padroni oggi sono miei dipendenti». Poi, ci sono i ragazzi di Montecchio. «Daniele Cetta e Alex D’Alessandro sono con me da 7-8 mesi. Vedo troppa gente a spasso, abbandonata a se stessa, per strada, al bar, senza prospettive e mi dispiace. Il mare è duro ma si guadagna bene, un mese non è mai uguale all’altro, 50 va alla barca e 50 al marinaio. Si inizia tra le 3 e 5 del mattino, si rientra verso le 14. Poi si lavora altre 2 ore per scaricare dalle 800 a 1.500 casse di pesce. Circa 100 quintali al giorno». Ai ragazzi a volte basta dare una opportunità. «Daniele e Alex fra un anno potranno prendere i titoli da motorista e comandante e fare un ulteriore scatto nei loro guadagni». Erion è armatore ma vive la barca a 360 gradi: è il primo ad arrivare, l’ultimo a tornare a casa. 

Decreto immigrazione

Quella di Erion è una storia di integrazione, generosità e rivalsa sociale che ora diventa appello indirizzato alle massime autorità locali, a partire dal Prefetto Vittorio Lapolla: «Sono qui da più di 15 anni, i miei due figli sono italiani, la mia compagna è italiana, ho un lavoro, una casa, mai avuto problemi e non basta ancora per avere la cittadinanza italiana. L’aspetto da tre anni. Un incastro burocratico che mi limita sul lavoro: con il mio mancato status non posso ancora essere capitano della mia nave. Vorrei comprare una ulteriore nave, un investimento da un milione di euro e assumere altri ragazzi ma non posso. Ho tanti sogni da realizzare fermi, come quello di aprire anche un ristorante che racconti la nostra pesca». La cittadinanza è stata richiesta il 18 gennaio 2018. Ci volevano 2 anni «invece mi sono trovato in mezzo al Decreto Salvini, il Decreto Unico immigrazione e sicurezza che aveva allungato da 24 a 48 mesi il procedimento di concessione, anche a quelle in corso, della cittadinanza sia per residenza che per matrimonio. La mia pratica ora è ferma a Roma». 

 

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