Presi i sicari della 'Ndrangheta dell'omicidio di Natale: dopo Bruzzese progettavano anche altri assalti

Martedì 5 Ottobre 2021 di Federica Serfilippi
Presi i sicari dell 'Ndrangheta dell'omicidio di Natale: dopo Bruzzese progettavano anche altri assalti

PESARO - Dalla Calabria a Pesaro per lanciare un messaggio preciso: la ‘ndrangheta non perdona, e non dimentica, chi tradisce. E si concede il tempo di aspettare. Anche per lunghi anni. La vendetta ha guidato l’assassinio di Marcello Bruzzese, il 51enne crivellato a colpi di calibro 9 il pomeriggio del giorno di Natale del 2018, davanti al suo appartamento di via Bovio 28, nel cuore di Pesaro dove ad aspettarlo c’erano moglie e tre figli.

 

 

Ora a distanza di quasi tre anni da quell’efferato agguato che ha scosso la città si fa luce su quel delitto assicurando alla giustizia i suoi responsabili: a partire dai due killer che hanno scaricato contro Bruzzese 24 proiettili all’altezza della testa e della schiena.

La ricostruzione

Due sicari, con il volto travisato, che per la procura distrettuale antimafia di Ancona sono collegati alla cosca Crea di Rozziconi, in provincia di Reggio Calabria. Allo stesso gruppo era affiliato il fratello di Marcello, Girolamo Biagio, detto “Mommo”, diventato collaboratore di giustizia nel 2003 dopo aver sparato a Teodoro Crea, capo clan sopravvissuto all’agguato del pentito. Dopo 15 anni, la cosca – stando a quanto ipotizzato dalla procura – ha colpito uno dei familiari più vicini all’uomo che ha osato lasciarsi alle spalle il passato, «offrendo una collaborazione particolarmente devastante per la cosca», come ribadito dal generale Pasquale Angelosanto, comandante dei carabinieri del Ros di Roma, gli investigatori che per tre anni – con i colleghi marchigiani - hanno lavorato senza sosta per ricostruire la genesi del delitto avvenuto il 25 dicembre, data simbolo di festa e famiglia, scelta non a caso. 

Le responsabilità

Ieri mattina la svolta: la procura di Ancona, diretta da Monica Garulli, ha firmato tre fermi che hanno portato all’arresto dei presunti esecutori ed organizzatori dell’omicidio Bruzzone. In carcere, in attesa che i fermi vangano convalidati dai gip competenti, sono finiti Francesco Candiloro, 42 anni, Michelangelo Tripodi, 43 anni, e Rocco Versace, 54 anni. Per la procura i primi due sono gli autori materiali del delitto, possessori delle due calibro 9 che hanno ucciso Bruzzese. Il terzo avrebbe aiutato i presunti sicari a pianificare l’omicidio in ogni suo dettaglio, progettato fin dal 2017 e caratterizzato da continui sopralluoghi eseguiti sia a piedi che in auto nelle pertinenze dell’abitazione della vittima, sul cui selciato – dopo la raffica di colpi – era stato scritto con lo spray: “Buon N.”. I fermi, con l’accusa di omicidio volontario aggravato dall’aver agevolato un’associazione di stampo mafioso, sono stati eseguiti tra Reggio Calabria, Vibo Valentia e Brescia. Contestualmente agli arresti sono partite anche le perquisizioni domiciliari a carico degli indagati. Sotto sequestro sono finiti dispositivi informatici, agende e vari documenti. Tutto materiale che ora dovrà essere analizzato scrupolosamente. 

Nel mirino altri familiari

Gli investigatori del Ros, guidati ad Ancona dal maggior Francesco D’Ecclesiis, hanno anche accertato che i tre avevano esteso le attività di sopralluogo e monitoraggio ai fratelli della vittima, residenti in altre e diverse località protette. Sarebbero pure stati eseguiti dei tentativi sul web, attraverso fittizi account, per contattare i familiari di Bruzzese. Vendetta sì, ma per gli inquirenti anche la volontà della cosca di affermare, con l’omicidio Bruzzese, la propria potenza al di fuori del territorio d’appartenenza e scoraggiare i collaboratori di giustizia, mettendo in atto un’azione dimostrativa. Tripodi, considerato uomo di fiducia dei Crea, è anche accusato dalla procura di Reggio Calabria di aver pianificato altri attentati, con la complicità di un quarto arrestato, il 49enne Vincenzo Larosa, estraneo all’omicidio Bruzzese ma indagato per la sua presunta appartenenza al clan.

La ritorsione

I piani omicidiari sarebbero stati progettati come ritorsione per la sentenza di condanna emessa nel dicembre 2020 dalla Corte di appello di Reggio Calabria a carico di tre esponenti di spicco del clan Crea. «Due dei fermati – ha detto il procuratore Garulli - erano pronti a commettere altri episodi delittuosi, sempre per conto della cosca, con la disponibilità di armi da guerra». Sarebbe stato stoppato in tempo il «potenziale omicidio di un collaboratore di giustizia». Elementi investigativi «che evocavano un scenario grave» sarebbero arrivati anche dall’estero.

 

Ultimo aggiornamento: 11:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA