Pesaro, la denuncia del figlio Massimiliano: «Papà Carlo a casa 11 giorni coi sintomi, poi morto prima di essere intubato»

Pesaro, la denuncia del figlio Massimiliano: «Papà carlo a casa 11 giorni coi sintomi, poi morto prima di essere intubato»
Pesaro, la denuncia del figlio Massimiliano: «Papà carlo a casa 11 giorni coi sintomi, poi morto prima di essere intubato»
di Lorenzo Furlani
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Giovedì 30 Aprile 2020, 09:26 - Ultimo aggiornamento: 09:32

PESARO - «È stato lasciato a casa 11 giorni con i sintomi del coronavirus e febbre a 38/39 gradi. Visitato dal medico per telefono, è stato trattato con la Tachipirina, gli antibiotici e l’aerosol. Quando il 118 finalmente è venuto a prenderlo, perché iniziava a respirare male, era troppo tardi: l’hanno tenuto 3 giorni al pronto soccorso ed è morto senza che lo intubassero».

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Massimiliano Pulzoni annoda il filo della memoria, fatto di spezzoni dolorosi rimasti a galla senza ordine nella sua coscienza da un mese, da quando ha perso il padre Carlo, 70 anni, ex piccolo autotrasportatore ed ex operaio della Pica, portato via in due settimane dall’epidemia. L’ordine ora l’ha trovato, ma la pace no.
 
«Ho capito cos’è successo quando ho letto il vostro articolo sulla chiusura dei pronto soccorso di Marche Nord - afferma -. I giorni erano quelli. Il migliore amico di mio padre, positivo al coronavirus, è stato ricoverato. Poi abbiamo saputo che al pronto soccorso ce l’avevano portato i familiari. E lui è guarito».

Carlo Pulzoni è una delle vittime del coronavirus che si sono imbattute nel collasso del sistema sanitario locale, sopraffatto dall’iniziale sviluppo massivo delle infezioni, quando il virus clinicamente non si conosceva. Autoisolatosi in casa, dove viveva solo, non è stato sottoposto al tampone faringeo, che il medico di base aveva subito chiesto all’Asur, finché non è arrivato all’ospedale di Pesaro. Le ripetute e infruttuose richieste di intervento al 118 («ha telefonato più volte anche mio fratello Alberto», dice Massimiliano) coincidono con la sospensione temporanea degli accessi ai pronto soccorso per le patologie internistiche, salvo le urgenze, intimata alla centrale operativa del 118 il 6 marzo dall’azienda Marche Nord, perché erano ormai saturi per l’emergenza i reparti di malattie infettive, medicina d’urgenza, pronto soccorso e rianimazione con tutti i presidi respiratori occupati e 26 posti letto di terapia intensiva. «Il babbo ha avuto raffreddore e febbre alta dal 3 marzo - ricorda Massimiliano -. Una settimana dopo ho chiamato il 118 ma al telefono mi hanno sconsigliato di portare mio padre in ospedale perché se il virus non l’avesse avuto sicuramente l’avrebbe preso lì. Il giorno dopo ho richiamato perché il babbo era anche iperteso e diabetico. Oltre alla prima motivazione, mi hanno detto che se respirava bene doveva rimanere a casa. Finalmente il 14, dichiarando problemi respiratori, ho convinto il 118 a intervenire. Mio padre è stato portato al pronto soccorso. La sera gli ho telefonato, ma la conversazione era disturbata e si è interrotta. Quella è stata l’ultima volta che l’ho sentito». Nei giorni seguenti, al telefono fisso indicatogli, il figlio ha trovato una psicologa di sostegno che gli leggeva la cartella clinica elettronica e gli ha detto, tra l’altro, che il padre era stato portato in reparto. Il 17 l’inattesa comunicazione del decesso. Per avere chiarimenti, Massimiliano ha parlato con un medico del pronto soccorso. «Mi ha detto - afferma - che il babbo era sempre rimasto lì, che la saturazione non giustificava un’intubazione e che quando la sua situazione è rapidamente peggiorata a intubarlo non hanno fatto in tempo».

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