Jova Beach a Lido di Fermo, la protesta degli ambientalisti: «Salviamo la spiaggia». Scatta il sit-in

Jova Beach a Lido di Fermo, la protesta degli ambientalisti: «Salviamo la spiaggia». Domani il sit-it
Jova Beach a Lido di Fermo, la protesta degli ambientalisti: «Salviamo la spiaggia». Domani il sit-it
di Francesca Pasquali
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Venerdì 29 Luglio 2022, 18:57 - Ultimo aggiornamento: 23:37

FERMO - Mentre le ruspe livellano la sabbia per il Jova Beach Party, sulla spiaggia libera di Casabianca monta la protesta contro l’evento di venerdì e sabato prossimi. Per domani mattina, 30 luglio, dalle 11.30, è previsto un sit-in vicino allo chalet Sombrero, organizzato da associazioni e cittadini. “Jova Beach Party, Fermo!” il nome dato all’iniziativa che non è contraria alla musica, a patto che «non sia impattante e non arrechi danni all’ambiente». «Oltre al problema ambientale – spiegano gli organizzatori della protesta –, c’è un problema di speculazione. Viene proposto un modello di turismo spacciato per “green” e sostenibile che, invece, è incentrato solo sul consumo, sul mordi e fuggi, e non apporta nessun vantaggio al territorio».

Tre anni dopo il primo evento

A tre anni dal primo Jova Beach Party, il 5 e il 6 agosto Lorenzo Cherubini e il suo carrozzone torneranno a far ballare la costa fermana. E, come tre anni fa, la voce degli ambientalisti s’è levata contro la manifestazione. Solo che quest’anno sono andati oltre, con esposti, diffide e appelli ai vertici dello Stato per fermare i concertoni sulle spiagge d’Italia. A Fermo, non è bastato l’accordo tra Comune e Wwf a placare gli animi. Il protocollo siglato prevede «la realizzazione di interventi con una caratterizzazione naturalistica e ambientale e una finalità didattica ed educativa». Ma per gli ambientalisti è solo fumo negli occhi. «Dopo tre anni di faticosissimo ripristino, tra mille difficoltà e con risultati purtroppo ancora non ottimali – dicono gli organizzatori del sit-in –, il Comune ritorna a concedere gli spazi per lo stesso tipo di evento, reiterato per due giorni. Non si tratta più di errore, ma di malafede».

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