L'anno orribile targato Covid: il Pil delle Marche 2020 precipita ai livelli del 1998

Giovedì 12 Novembre 2020 di Francesco Romi
L'anno orribile targato Covid: il Pil delle Marche 2020 precipita ai livelli del 1998

ANCONA - Il Pil delle Marche tornerà a fine 2020 indietro di 22 anni: sarà lo stesso del 1998, in linea con la media nazionale e con altre regioni considerate virtuose come Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna.

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Ma, tanto per mettere un punto su questo dato, elaborato dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre su dati Prometeia e Istat, il 1988 rappresentava per la nostra regione il punto più basso di quello che sarebbe stato un decennio d’oro, al termine del quale (2008) le Marche diventarono la regione italiana con la maggior crescita del Pil: 18,2% contro la media nazionale che fu +12,8%.

 

Poi, un nuovo e progressivo tornare indietro, sotto la spinta della grande recessione mondiale e del terremoto, che si è intrecciata con il crack di Banca Marche, fino allo scorso anno quando il dato (provvisorio dell’Istat sul 2018) consegnava una crescita del 3% ancora tutta da verificare.

Perdita di ricchezza 

Conti alla mano, tra il 2019 e il 2020 ogni marchigiano passerà da un valore aggiunto annuale di 24.885 a 22.386 euro, con una perdita secca di 2.499 euro pari al 10%, in percentuale il sesto peggior risultato a livello nazionale, dietro Lombardia, Toscana, Veneto, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta, che quanto a ricchezza pro-capite hanno valori assoluti decisamente migliori. La magra consolazione è che la nostra regione è in linea con la perdita secca di valore aggiunto nazionale (-9,7% e -2.484 euro) e con quella delle regioni del Centro (rispettivamente -9,3% e -2.587).

Non solo pandemia 

Non consola nemmeno l’andamento degli occupati stimato dalla Cgia: le Marche ne dovrebbero perdere 4.200 a fine anno, pari allo 0,7% dei 636.200 che l’anno scorso risultavano avere un impiego, il decremento più basso in Italia. Dietro questa perdita secca c’è senza dubbio il Covid e, proprio per questa ragione, gli artigiani mestrini tengono a precisare che «i dati emersi in questa elaborazione sono sicuramente sottostimati», anche perché aggiornati al 13 ottobre scorso, quindi alla vigilia delle progressive restrizioni contenute negli ultimi Dpcm. Ma c’è anche altro, all’interno di una nazionale che cresce dello ‘zerovirgola’. «I dati ci dicono di una regione più debole se paragonata a quella della fine degli anni Novanta, quando il modello industriale era studiato nel mondo – avverte Sebastiano Di Diego, fondatore di Imprenditore Smart, team di consulenti che si occupano di nuove strategie e modelli di business -. Le performance attuali avvicinano le Marche al Sud del Paese: i motivi sono molteplici, ma sicuramente la piccola dimensione e il carattere familiare, se da un lato garantiscono stabilità dall’altro non sono idonei a cogliere i driver del cambiamento, che sono tecnologie spinte e trasformazione digitale: insomma, c’è più attitudine alla resilienza che al cambiamento». Si sviluppa così un effetto domino, che nasce all’interno del sistema produttivo Paese e si consolida all’interno di quello regionale (si pensi, ad esempio, al mobile del distretto Pesarese e al bianco nel Fabrianese, ndr.), finendo per peggiorare i livelli occupazionali e, di conseguenza, la capacità di spesa dei cittadini. «Non sono sorpreso – dice Antonello Delle Noci, ex assessore al Bilancio a Pesaro ed esperto dei consumi nelle grandi strutture retail e nella gdo -: i dati sono coerenti con l’andamento dei consumi delle famiglie marchigiane sui mercati fisici, praticamente in contrazione costante a partire dal 2011, nonostante l’incremento registrato su quello digitale».

I nuovi modelli 

Come se ne esce? «C’è bisogno di un nuovo modello organizzativo basato sui manager e non più solo sugli imprenditori, che hanno avuto un ruolo fondamentale quando la nostra economia cresceva – osserva Giorgio Calcagnini, economista e rettore dell’università di Urbino -: oggi le imprese moderne hanno bisogno di specialisti capaci di leggere la crisi». Ma non basta, perché non funziona più nemmeno il modello finanziario basato solo sul sistema bancario, che «non può e non riesce a finanziare gli investimenti in innovazione, che sono anche quelli più rischiosi». Ecco che lo sguardo dovrà rivolgersi ai mercati finanziari «e magari – sottolinea il rettore – a quei fondi di investimento che entrano in azienda con progetti di medio e lungo termine e non con l’unico obiettivo di fare utili e uscirne». 

 

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