Emma Dante ricorda Valeria Moriconi a 16 anni dalla scomparsa: «Viveva il rito del teatro come gesto estremo»

Martedì 15 Giugno 2021 di Giovanni Filosa
Valeria Moriconi e Emma Dante nel 1996 in "La rosa tatuata"

JESI -  Emma Dante, indiscussa protagonista del teatro italiano di questi anni, propone a Jesi, per omaggiare Valeria Moriconi, oggi, giorno del sedicesimo anniversario della morte, “Misericordia”, che racconta la fragilità delle donne, la loro disperata e sconfinata solitudine. Spettacolo da lei scritto e diretto, interpreti Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli, luci di Cristian Zucaro, in una coproduzione per il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale e Teatro Biondo di Palermo.

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Erano proprio belle, vero?, Valeria Moriconi ed Emma Dante, nelle foto di scena al Pergolesi di Jesi de “La rosa tatuata”, che segnò l’esordio in teatro per Emma. Roba di anni fa, ma il teatro non muore. Quando Valeria ci lasciò orfani, Emma le dedicò di getto un testo, che l’anno scorso lei stessa ha letto nel ricevere il premio per il Teatro “Valeria Moriconi”, il 15 giugno. Come oggi. Giovanissima, era la sua pupilla, e solo in un carattere così profondo di emozioni che si succedono a sconquassare il cuore, poteva nascere un pensiero verso quella Maestra che tutti guardavano negli occhi, “come cani fedeli, tremanti”, che la indirizzò verso gli scricchiolii delle assi del Teatro. 


Cosa le avrebbe detto Valeria, di questo suo lavoro?
«Le sarebbe piaciuto, perché i miei personaggi hanno tutti a che fare con l’animalità, come se fossero bestie ferite dalla vita. Valeria questo lo sapeva fare molto bene, raccontava, esponeva, scardinava». 


E non si fermava neppure ferita in scena…
«Ne “La rosa tatuata” gli si ruppe un bicchiere tra le mani e lei camminò, come se nulla fosse, sui vetri rotti, ferendosi, incurante dei nostri sguardi che le chiedevano di fermarsi e curarsi. Lei no, era come i suoi personaggi drammatici, avvolti dal dolore e da sfregi, colpi subìti, che sanguinavano. Questo è l’insegnamento che ho ricevuto e che curo come un fiore. Parlavamo molto, mi voleva accanto, era il suo modo, all’inizio, di farmi capire come entrare, gradualmente, nella “sostanza” drammaturgica del Teatro. Mi ha preso per mano e mi ha detto: “Vieni, fai un pezzo di strada insieme a me”. Aveva intuito, forse, che condividevo e mi sarei battuta per il suo concetto di “teatro”». 


Cosa significa il buio nel teatro?
«È importante, come il silenzio, fino a che non si accendono le luci e inizia la recita. Quel buio, dietro al quale ci trovavamo mentre Valeria era in attesa di entrare, è sempre una vita messa in pausa. Un momento di sospensione, come se ci dovessimo dimenticare di essere vivi per iniziare poi, sulla scena, la vera esperienza della storia immaginata, sognata, reinterpretata, la vita che ci comunica, ci svela delle cose che, nella quotidianità, forse, ci sfuggono». 


Ed al suo “vai”, il sipario si apriva e iniziava quella che lei chiamava una festa…
«Sì, intesa come rito, celebrazione, cerimonia, perché ci si mostra, sul palcoscenico, in maniera estrema. In uno spettacolo c’è sempre qualcosa di eccessivo fra le pieghe di quello che si racconta, che si rappresenta. Nel fare il teatro con Valeria, l’interiorizzazione e la partecipazione al personaggio che “viveva” erano spinti all’estremo». 


Lei ha sempre affermato di amare la sua concezione del Teatro, la sua “avanguardia”: oggi la pensa nello stesso modo?
«Come no, sono convinta che se fosse viva sarebbe ancora un’attrice moderna, non avrebbe perso la sua vitalità, la sua ironia, il suo modo furioso di attaccare la vita. Di fronteggiarla. Entrando quasi lanciandosi in scena, per riempire quel vuoto inerme che c’è nello spazio ancora in attesa di un attore che gli dia la vita. Ed iniziare. E’ stata sempre avanti a tutti, “unica, viva, sopravvissuta”, anche se il mondo, intorno, esprimeva un altro genere di concezione del Teatro come rappresentazione della quotidianità».

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