Fano, medaglia d'onore a 30 anni dalla morte al capitano deportato

Mercoledì 27 Gennaio 2021 di Lorenzo Furlani
Leandro Benini a Spalato nel 1942

FANO - «Lo spirito con cui ritiro questa medaglia è quello di voler colmare un vuoto di memoria, contribuendo alla conoscenza di una pagina importante della nostra storia, e di dare onore alla scelta di mio padre». Luciano Benini, noto per essere stato assessore comunale e dirigente Arpam, animatore dell’associazione Bene Comune, questa mattina, nella Giornata della memoria dedicata alla Shoah, riceve in Prefettura la medaglia d’onore in ricordo di suo padre, il capitano Leandro Benini, internato nei campi di prigionia tedeschi di Sandbostel e Wietzendorf dal 27 settembre 1943 al 16 aprile 1945.

 

 

Un tributo tardivo
È il tributo post mortem riconosciuto dalla Repubblica a chi, in una fase cruciale della storia, rinunciò alla propria libertà personale per non piegarsi al fascismo, contribuendo così alla riconquista della libertà per tutti. Il capitano di complemento Benini, allora 34enne, si trovava con la divisione di fanteria Bergamo a Spalato l’8 settembre 1943 quando il governo Badoglio firmò l’armistizio con gli alleati. Dopo lo sbandamento delle forze armate del Regno d’Italia sui vari fronti della seconda guerra mondiale, Benini fu uno dei 650mila internati militari italiani (Imi) che vennero deportati in Germania perché non accettarono di continuare a combattere al fianco dei nazifascisti.

Questa vicenda storica, a lungo rimossa dalla coscienza collettiva, è stata rivalutata negli ultimi decenni dalla storiografia e dalla politica, tanto che nel 2006 il Parlamento ha approvato una legge che assegna ai militari internati in Germania, previa richiesta dei sopravvissuti o dei familiari con adeguata documentazione, una medaglia d’onore. «Quegli italiani - sottolinea Luciano Benini - ebbero il coraggio di accettare le durissime condizioni di prigionia tedesche pur di non appoggiare il nazifascismo. Una scelta che si rivelò fondamentale non solo sul piano morale ma anche su quello militare». Infatti, il 90% degli italiani allora in armi scelse la deportazione.

Privazioni vissute con dignità
Leandro Benini tornò in Italia il 25 agosto 1945, rientrando a Fano, dove facendo valere la laurea conseguita prima del periodo militare si avviò alla professione di notaio. Morì nel 1990. «Mio padre visse con grande dignità e riservatezza quella sua esperienza - rammenta il figlio -. A noi raccontò pochi aneddoti delle privazioni a cui fu costretto nei campi di prigionia. Ricordo che ci diceva che tutte le mattine si faceva la barba usando un frammento di specchio per dimostrare ai tedeschi che non si abbatteva. A tavola, con noi, teneva sempre un pezzo di pane accanto al piatto. Quando io e i miei fratelli chiedemmo a mia madre la ragione di quella abitudine, lei ci disse che lo faceva per un senso di sicurezza a causa della fame che patì allora».

Solamente dopo la morte del padre, avvenuta nel 1990, Luciano Benini ha scoperto, con le fotografie e le lettere dalla prigionia, il valore della sua storia. Quella documentazione è stata acquisita come utilissima fonte storica dall’Istituto di storia contemporanea della provincia di Pesaro Urbino. Dei 650mila militari italiani deportati in Germania - di cui 7mila erano della provincia pesarese - 70mila non fecero ritorno. E anche tra i fanesi che riuscirono a tornare a casa alla fine della guerra diversi morirono per le malattie contratte o le privazioni patite. Luciano Benini ha raccontato questa sua vicenda familiare in un post su Facebook, che ha suscitato l’interesse di tanti, i quali gli hanno chiesto come poter formalizzare la domanda per la medaglia d’onore. Sono otto quelle consegnate stamattina nella Prefettura di Pesaro alla memoria di altrettanti internati militari italiani del territorio.

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