La fine della globalizzazione e il rimbalzo dell’elettronica

La fine della globalizzazione e il rimbalzo dell’elettronica

di Donato Iacobucci
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 20 Luglio 2022, 01:40

ella conferenza di giovedì scorso a Portonovo, che ha preceduto l’incontro annuale del Comitato Scientifico della Fondazione Aristide Merloni, si è tornati sul tema delle conseguenze sulle relazioni commerciali internazionali innescate dalla rapida successione della crisi pandemica e della guerra in Ucraina. Con riferimento a queste conseguenze, qualcuno ha parlato di fine della globalizzazione, ovvero di un’inversione di tendenza rispetto alla continua crescita negli scambi di merci, servizi e capitali osservata negli ultimi decenni. Questa inversione di tendenza è maggiormente evidente negli scambi fra le imprese a causa delle difficoltà di approvvigionamento di semilavorati e componenti che si è manifestata in molte filiere produttive. Anche gli stati si sono resi conto dei problemi derivanti dalla dipendenza da altri stati per le forniture di energia, materie prime o tecnologie chiave. Prima ancora della crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, la Ue aveva preso coscienza della eccessiva dipendenza nei confronti dei paesi asiatici in alcune tecnologie strategiche per la transizione ecologica e digitale. L’abbandono di molte produzioni nell’ambito dell’elettronica e delle telecomunicazioni per ragioni di convenienza nei costi ha alla lunga determinato un progressivo indebolimento anche nella capacità di ricerca e sviluppo in queste tecnologie. Lo spostamento delle produzioni manifatturiere verso paesi a più basso costo del lavoro era basato sull’idea che nei paesi avanzati rimessero le fasi della filiera a più alto valore aggiunto; quelle a monte di ricerca e sviluppo e quelle a valle di controllo dei marchi e delle reti di distribuzione. In realtà già prima della crisi pandemica ci si era accorti che l’abbandono delle produzioni manifatturiere comporta l’inevitabile indebolimento anche della capacità di ricerca e sviluppo dei prodotti. Questi argomenti erano stati sollevati prima della crisi nelle forniture internazionali innescata dalla pandemia e prima delle tendenze protezionistiche emerse con la presidenza Trump. Nel 1988 due economisti americani, Stephen Cohen e John Zysman, avevano pubblicato un libro dal titolo eloquente: Manufacturing Matters: The Myth of the Post Industrial Economy. Ovvero, la manifattura conta e non è pensabile abbandonarla per concentrarsi nei servizi. La necessità di riportare in casa o mantenere le produzioni manifatturiere era basata sull’idea di uno stretto legame fra capacità produttiva e capacità di innovazione. Proprio lo scorso autunno la Ue ha approvato un piano di investimenti sulle tecnologie digitali che mira a recuperare autonomia strategica, cioè autonomia nella capacità di sviluppo in alcune tecnologie chiave: dall’intelligenza artificiale al super calcolo. E sono stati annunciati investimenti considerevoli nella costruzione di fabbriche di chip elettronici, batterie e altri componenti chiave per la transizione digitale ed ecologica. Con le crisi recenti sono emersi anche i rischi associati al possibile deterioramento delle relazioni internazionali. Di qui l’idea che si sia alle soglie della fine di un’epoca, quella della continua espansione della globalizzazione, e all’inizio di un processo di ridimensionamento delle relazioni commerciali internazionali, che tenderanno a concentrarsi all’interno di aree omogenee dal punto di vista geopolitico. Dal convegno di Portonovo sono emersi elementi di cautela a questo proposito. E’ sicuramente in atto un processo di accorciamento delle catene di fornitura. Un fenomeno che, come abbiamo visto, era in atto da tempo. Meno chiara è l’inversione di tendenza nella globalizzazione. Gli scambi di merci, servizi e capitali producono vantaggi reciproci per gli stati e difficilmente si tornerà indietro. Come era emerso già prima della crisi pandemica, il problema non è nella globalizzazione ma nel modo in cui i suoi benefici sono ripartiti fra gli stati e all’interno degli stessi. Questo rimanda alla necessità di rafforzare gli strumenti di regolazione multilaterale del commercio internazionale e alla necessità per i governi nazionali di prestare maggiore attenzione alla ripartizione dei suoi benefici e alla mitigazione delle disuguaglianze.

* Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coordinatore Fondazione Merloni

© RIPRODUZIONE RISERVATA