Picchiata, minacciata e violentata per dissidi economici: maxi condanna al badante di suo figlio

Venerdì 26 Febbraio 2021 di Federica Serfilippi
Il tribunale di Ancona

JESI - Al culmine di una lite legata a questioni economiche, avrebbe aggredito e violentato la donna che lo aveva assunto come badante del figlio, gravemente malato. Le manette per un tunisino di 30 anni erano scattate il 21 maggio del 2020 al termine degli accertamenti lampo svolti dai carabinieri, iniziati dopo la denuncia della vittima, una 64enne residente a Jesi. Lo straniero era stato portato nel carcere di Montacuto per poi finire ai domiciliari, misura cautelare ancora in corso.

 

 


A nove mesi dai fatti contestati dalla procura, ieri mattina per il 30enne è arrivata una maxi condanna: 8 anni e 10 mesi di reclusione. Al termine dell’espiazione della pena, come chiesto dal pm Irene Bilotta, verrà espulso dall’Italia. Alle parte civile, costituitasi con l’avvocato Nicoletta Cardinali, andrà una provvisionale di 80mila euro. Al badante erano stati contestati tre reati: violenza sessuale, lesioni personali e violenza privata. Quest’ultima accusa fa riferimento alla minaccia che, dopo l’abuso, l’imputato aveva rivolto alla parte offesa: «Se dici qualcosa ai carabinieri, ti incendio casa». Per quanto riguarda le lesioni, una volta portata al pronto soccorso, alla donna – oltre a varie ecchimosi – erano stati diagnosticati un trauma cranico e lesioni all’anca e alla spalla. Da quanto riferito in aula, prima di abusare di lei l’imputato le aveva sbattuto la testa contro il muro. Da cosa era nata la violenza? Secondo la ricostruzione emersa nel corso del processo, da questioni economiche. 


Gli accordi prevedevano che l’uomo dovesse lavorare nel domicilio della 64enne per un mese al prezzo di 1.100 euro. Ottocento euro erano già stati elargiti al badante. Lui, da quanto emerso, avrebbe preteso il giorno della violenza i restanti trecento. Di lì, la discussione e l’abuso riferito dalla 64enne, prima ai carabinieri, poi al collegio penale. La difesa ha sempre rigettato le accuse, sostenendo la non compatibilità delle lesioni con una violenza sessuale e il fatto che nessuno dei vicini abbia sentito urlare la donna al momento dell’aggressione subita. La procura aveva chiesto per il tunisino 10 anni di reclusione. 

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