Il killer al giudice: «Ho accoltellato Michele, mi ha fatto brutto». Ma non si è fermato e l'ha ucciso guardandolo in faccia

Domenica 13 Dicembre 2020 di Stefano Rispoli
Mattia Rossetti, il killer di Michele Martedì

ANCONA - Dopo il primo fendente, «Michele mi ha fatto brutto». Ma non abbastanza perché ha continuato a infierire su di lui, anche quando era a terra, sotto gli occhi di un testimone che ha provato ad allontanarlo a calci. «Non sono riuscito a fermarmi, sono andato avanti».

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Dieci coltellate, sferrate «con inaudita ed efferata violenza su punti vitali senza che la vittima potesse difendersi», spiega il gip Sonia Piermartini nell’ordinanza di 10 pagine con cui ha convalidato l’arresto e la misura cautelare in carcere per Mattia Rossetti, il killer di Michele Martedì, assassinato all’ingresso del parco di Villa Igea martedì scorso: ieri l’ultimo saluto al 26enne. Dopo l’agguato, il tentativo di fuga. Una telefonata alla zia («Vienimi a prendere, ho fatto un casino»), un’altra a una coppia di amici da cui poi si è rifugiato. «Ho accoltellato Michele, è ancora vivo: non chiamate i carabinieri» ha detto presentandosi alla loro porta tutto insanguinato. I due, terrorizzati, l’hanno chiuso a chiave in casa per poi contattare il 113. 

Nessun raptus, dunque. Per il giudice, che come il pm Irene Bilotta contesta l’omicidio volontario premeditato e aggravato, oltre al porto abusivo dell’arma, si è trattato di un preciso disegno nato da «un odio radicato e acuito nelle ultime settimane» nei confronti del parrucchiere, come testimoniano anche le ricerche sul web: si era informato sulle pene previste dalla legge per il reato di omicidio. Un rancore dichiarato nel delirante video postato su Facebook il giorno prima di uccidere, in cui aveva «manifestato platealmente le sue intenzioni criminali e il suo disprezzo per la vittima». E infatti era uscito di casa annunciando alla madre che sarebbe andato ad ammazzare Michele: neanche 24 ore dopo è passato all’azione. Nei confronti del suo ex compagno di scuola aveva maturato una «avversione profonda con animo di rivalsa» dovuta a una ragazza (di cui non ha fatto il nome ai carabinieri) che il parrucchiere o un suo amico gli avrebbe soffiato anni fa, ma su questo non c’è alcun riscontro.

Un odio così forte che l’aveva portato giorni addietro a maturare la decisione di far fuori Michele: avrebbe voluto già provarci, ma aveva desistito. Il coraggio l’ha trovato martedì, quando è uscito e ha «pazientemente atteso la vittima sotto casa» per assalirla alle spalle. D’altronde, già il 5 maggio aveva aggredito il parrucchiere nel parco del Pinocchio, sempre di sorpresa, con un calcio alla gola. Poi erano arrivati gli amici a difenderlo. Mattia e Michele erano finiti all’ospedale, ma nessuno aveva sporto querela. L’aveva denunciato, invece, il 24 novembre 2019 una ragazza aggredita dal 26enne fuori da una discoteca di Jesi e finita all’ospedale con 30 giorni di prognosi solo per avergli negato un passaggio in auto. Nei giorni seguenti attuò una «lucida intimidazione estorsiva» nei confronti della giovane e della madre per convincerle a rimettere la querela. 

Una condotta «tipica di una personalità arrogante e provocatrice», scrive il gip che giustifica la misura cautelare del carcere per la «gravissima pericolosità dell’indagato». Che, secondo lo psichiatra che l’aveva in cura, soffre di un «disturbo psicotico, ossessivo e persecutorio, aggravato dall’uso di stupefacenti». Due volte il killer era stato trovato in possesso di droga: a gennaio (segnalato per uso personale) e la notte del 9 novembre 2019, quando fu sorpreso dai carabinieri con 4 amici davanti all’Hotel House di Porto Recanati. «Mangiavamo un panino», dissero. Nell’auto furono trovate dosi di eroina. I carabinieri della Compagnia di Ancona analizzeranno le tracce di sangue isolate sui vestiti del killer per capire se era sotto effetto di stupefacenti quando ha teso l’agguato a Michele. Toccherà al professor Marco Ricci Messori, perito nominato dal pm, scandagliare lo status mentale dell’assassino. Che però, secondo il gip, ha agito razionalmente. Nella sua confessione, durante l’interrogatorio in carcere, «si è detto pentito della condotta, dimostrando, se non una reale resipiscenza» almeno la volontà di collaborare. Non sono emersi «momenti di confusione o scarsa lucidità». Anzi, ha fornito «una ricostruzione plausibile sul movente»: la gelosia e l’odio per Michele e il gruppo da cui si sentiva bullizzato, tanto da scatenare in lui «una reazione punitiva verso chi riteneva che gli avesse inferto molta sofferenza emotiva». Ma sull’ipotesi dell’infermità mentale, il gip frena perché «non ci sono elementi oggettivi» per accertare che il disturbo psicotico «abbia inciso sulla sua capacità di intendere e di volere». 

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