Baby bulli, l'avvocato Magistrelli: «Due anni per giudicarli. E come li recuperiamo?»

Giovedì 12 Agosto 2021 di Federica Serfilippi
Baby bulli, l'avvocato Magistrelli: «Due anni per giudicarli. E come li recuperiamo?»

Avvocato Marina Magistrelli, funziona il sistema giustizia attorno alla questione dei bulli
«È evidente che il sistema giustizia, e anche quello della fase successiva della esecuzione della pena, è inefficace. C’è oggettivamente in atto un cambiamento, soprattutto tra gli adolescenti e i giovani dovuto alla pandemia e alle mutazioni sociali. La giustizia deve accelerare». 

 

In che senso? 
«La lacuna più grossa, al momento, sono i tempi lunghi. Per esempio, le direttissime e le convalide devono essere più efficaci e rapide, come avvenuto al tribunale di Pesaro per la mega rissa fuori dalla discoteca. Lo stesso discorso vale per i processi: le udienze non possono essere rinviate per anni e anni. Servono anche percorsi di recupero più adeguati ai tempi. Inutile proporre ai giovani percorsi alternativi alla pena comminata che durano anni. Non serve». 

Quanto dura, in media, un processo al Tribunale dei Minori? 
«Al tribunale ordinario di solito quattro-cinque anni, ai minori due. Ma anche due anni a quell’età sono troppi. In questo periodo un giovane cambia, cresce, diventa un’altra persona. La durata dei tempi processuali incide sulla capacità del singolo di modificarsi». 

Processi svolti subito, senza rinvii e la certezza della pena? 
«Esattamente, perché la lentezza burocratica rende la macchina inefficace. I ragazzi più fragili sono portati a pensare a uno Stato debole e quindi agiscono senza darsi regole. Ma non dobbiamo dividerci tra chi dice che bisogna “punire e buttare la chiave” e tra chi dice che “è colpa della società”». 

Oltre alla riduzione dei tempi, cosa potrebbe fare un tribunale per essere più puntuale? 
«Servirebbe un maggior funzionamento dei servizi sociali. Si tratta di un settore che va ripotenziato. Serve prevenzione, ma anche un percorso di accompagnamento per i giovani/adulti che sbagliano. Devono essere guidati perché capiscano la portata di quello che hanno combinato». 

Prevenzione, diceva. Non si fa abbastanza? 
«In questi giorni spesso mi sono domandata: ma quanta polizia, vigili o carabinieri abbiamo nella nostra provincia in servizio durante la notte? Forse servono maggiori assunzioni ma il controllo sociale è diventato necessario e uno Stato che funziona deve garantirlo».

Perché i bulli fanno così rumore?
«A volte, la narrazione dei fatti commessi da gruppi di giovani/adulti fa inorridire anche noi avvocati. I ragazzi, quando sono adolescenti, affrontano la loro fase formativa. Scatta la dinamica del gruppo e può venire a mancare la concezione del rapporto causa-effetto: i ragazzi compiono delle azioni, spesso violente, ma non hanno idea delle conseguenze. La dinamica del gruppo oggi riguarda anche i giovani/adulti, non è un problema solo di minori». 

Una situazione straniante, come riportarli alla realtà? 
«Mettendo in discussione il singolo, all’infuori del gruppo, contestualizzando i guai che ha commesso, facendo intervenire puntualmente la famiglia». 

Per un bullo che si scatena, c’è una vittima che subisce. E se non dovesse denunciare? 
«Bisogna capire perché non denuncia, ha paura? Non si sente protetta dallo Stato? Questo sarebbe un ulteriore problema». 

In questi casi, però, le forze dell’ordine hanno le mani legate. 
«Si può comunque intervenire in base all’età dei ragazzi nel momento in cui accade un fatto anomalo che mina la sicurezza pubblica». 

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