Il grande fotografo jesino Scorcelletti racconta gli scatti alla Stone: «Stava malissimo, credeva che i miei sarebbero stati i suoi ultimi clic»

Domenica 28 Novembre 2021 di Giovanni Filosa
Il grande fotografo jesino Emanuele Scorcelletti

JESI - Un “tableau vivant” fisso, di fronte al Pergolesi, che sta a significare la vita e l’essenza del teatro, è lo straordinario scatto che Emanuele Scorcelletti ha regalato a Jesi e alle Marche. Fotografo, regista, poeta della fotocamera, nato a Jesi, conosce tutto della “scena”, lui che è stato premiato col “World press photo award”, nella categoria arte e cultura, per una foto scattata a Sharon Stone sul tappeto rosso del Palais del Festival di Cannes.

 

Da piccolo aveva la sua “macchinetta” in mano. Oggi una fedele Leica. “Colpa” della mamma, sorride lui.
In che senso?

«Quando ero bambino, la osservavo, ha sempre amato fotografare soprattutto in famiglia, foto che raccoglieva in grossi album che raccontavano, con sequenza temporale, le nostre vacanze tutti insieme. Li divideva per data, erano una biblioteca da consultare con attenzione e meticolosità. Le piace ancora rivedere e rivivere quei ricordi».

 
E disse a sua mamma: da grande fotograferò, sarà la mia vita.
«Sì, eravamo già partiti dall’Italia, destinazione Lussemburgo. Le chiesi di farmi frequentare una scuola che mi permettesse di diventare fotografo, ero certo che quella sarebbe stata la mia vita. Viaggiare, realizzare reportage da ogni parte del mondo e incontrare la natura, l’essere umano in ogni suo momento di vita».


La natura fotografata in India, per esempio?
«Ho realizzato un reportage, sull’ecosistema indiano, per la Fondazione Rocher, con distese di alberi abbattuti, spariti, mentre le nuvole non creano e non mandano più la pioggia necessaria. Un ecosistema danneggiato. Che però, nel tempo ha permesso di piantare milioni di alberi».


Si trova meglio nel jet set?
«Ma che dice, io non ne faccio parte! Fotografo Sharon Stone o altri artisti nello stesso modo in cui fotografo un contadino o un pescatore marchigiani. La mia filosofia di lavoro mette entrambi i soggetti sullo stesso piano e le cosiddette star percepiscono, durante il lavoro, queste sensazioni. Con la Stone il rapporto è stato diverso, era stata malissimo e forse pensava che i miei scatti sarebbero stati gli ultimi. Fortunatamente è sempre lì, più bella di sempre».


Come è nato lo scatto al Pergolesi e a cosa porterà?
«Ho sempre amato realizzare, in tanti teatri, dei tableaux vivants, con ritmo felliniano. Quando ho visto il Pergolesi ho capito che avrei potuto realizzare lì qualcosa di straordinario. Ho creato un’emozione, sul palcoscenico non c’è un personaggio fuori posto, ognuno ha il suo senso, come i guitti della commedia dell’arte. Volevo un’immagine che restasse nella coscienza collettiva, con affetto e rispetto ma in una realizzazione assolutamente “teatrale”. La ditta Gigolé ci ha fornito i vestiti, i truccatori sono stati eccezionali, quando si sta insieme si possono realizzare capolavori, che appartengono a tutti. Era ed è un mio regalo alla città di nascita. Uscirà un libro in marzo, Emmeria casa editrice, carta e inchiostro italiani, casa editrice francese. Il libro si chiamerà “Elegia fantastica”, conterrà due miei periodi, uno umanista (Leica M6), sulle tracce della mia infanzia, di mio padre, perché le mie emozioni vengono da Jesi e da Senigallia, dove andavamo al mare al Ciarnin. La seconda parte, che si chiama “Visione” è la trasformazione delle Marche in modo fantastico ed onirico. Sarà presentato a marzo a Jesi, in prima mondiale, in tre lingue e con una grande mostra annessa». 

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