Giovanna Trillini, punto e a capo: "Nella vita
quotidiana le medaglie contano poco"

Domenica 28 Maggio 2017 di Lucilla Niccolini
Giovanna Trillini nella nuova veste di coach

Non gioca con le parole, ma tira stoccate e non sbaglia un colpo. Giovanna Trillini ha detto una volta: «Un assalto è una tremenda battaglia psicologica: meglio far capire all’altra che non le sarà perdonato niente». Quanto è vero! Te ne accorgi se ce l’hai di fronte. Basta lanciare quel metaforico guanto della sfida che è la proposta di un’intervista. E capisci subito che le tue domande vanno soppesate, valutate, scelte con cura… perché, appunto, non ti sarà perdonato niente. E chi non è abituato a salire in pedana, né reale né metaforica, ci resta male. Ma ormai lo scontro è avviato, e proviamo a parare i colpi.
La sua passione per la scherma risale indietro nel tempo. «Ho cominciato a sei anni. Come per tutti gli sport, la scherma richiede un inizio precoce, perché è da piccoli che si affina la coordinazione». La prima medaglia ai Campionati del Mondo, quando aveva sedici anni: argento nel 1986.

La scherma, perché?
La scherma, perché? Passo falso: una domanda banalissima, a lei che è jesina. Fendente: «Ammirazione per i miei due fratelli, Ezio e Roberto, che erano già schermidori al Club Scherma Jesi. Quello che fanno tutte le sorelle minori è copiare i fratelli maggiori. E poi a Jesi tutti i giovani prima o poi fanno scherma, senza nessuna differenza tra femmine e maschi». Il genius loci, il grande maestro Ezio Triccoli, era suo zio. Una scelta naturale, scontata. Un’infanzia a pane e palestra? «Un’infanzia come quella di tutti: scuola, chiesa, casa, palestra e amiche». Lei, però, una dei tanti che godono del magistero di Trillini, comincia subito a collezionare allori, e ori. «Sì, quasi subito ho raggiunto buoni risultati». E la sicurezza, la fiducia in se stessa, quando è arrivata? «Piano piano, col tempo».
Un esempio, Giovanna, per tutti i giovani jesini. Una tenacia indiscutibile, l’energia esaltata dalla classe e dalla costanza. Tecnica e caparbietà. La scherma come scuola di vita. Da raccomandare a tutti? A chi non consiglierebbe di praticarla? «Ho sentito bene? “Non” consiglierei? Ma scherza? Tutti possono praticarla. Può esserci qualche controindicazione, ma non sta a me dirlo».

Le vittorie internazionali
Ahi, ahi, come previsto la partita si mette male. Parliamo di medaglie: il primo oro alle Olimpiadi, in Spagna nel ‘92. Che emozione? «Tanta gioia, la massima felicità possibile. Mi accompagnava mia madre, mio padre era restato a casa». E la reazione dei fratelli, non erano invidiosi? Schiva: «Mi seguivano, e facevano il tifo per me».
Una vita da campionessa, su tanti podi, nel mondo. Dagli anni Novanta al 2010 il suo nome coincide con la grande scherma. Una piccola regina delle Amazzoni, senza paura. Poi, si ritira dal campo agonistico. E comincia ad allenare. «Collaboro tuttora con la Federazione Scherma, e insegno a Jesi». Rimpianti? «Assolutamente no».
Sposata dal 1998, Giovanna Trillini vive a Jesi con il marito e i due figli. Chissà perché, uno s’immagina che un’atleta pluridecorata come lei continui a essere sempre in vista, circondata di fan, riconosciuta per strada.

«Ti fai un selfie con me?»
E che a ogni cantone ci sia qualcuno che le chiede di farsi un selfie con lei. Trasecola: «Lo chiederanno forse a qualcun altro. A me no. Io vivo tranquillamente la mia vita. E non sono per niente una star». Forse non ha mai voluto esserlo, grazie al suo carattere schivo e diretto, lontano da ogni forma di protagonismo, ieri come oggi. «Le medaglie, nella vita quotidiana, non contano niente». Come dire, si ricomincia ogni giorno: e non è affatto un modo di dire. Basta provare per credere.
E sì che di medaglie ne ha conquistate a bizzeffe, sempre allenata da Stefano Cerioni: solo alle Olimpiadi, ha vinto quattro medaglie d’oro, di cui tre consecutive dal ‘92 (memorabile e stoica la prima, quella vinta con il tutore al ginocchio dopo un legamento crociato lasciato in pedana) al 2000; e anche una d’argento e tre di bronzo. Un record. E ad Atlanta, nel ‘96, è stata portabandiera della squadra italiana. Nei Mondiali, ne ha conquistate diciannove, di cui nove d’oro.

L’alloro accademico a Urbino
Poi, decide di conquistarsi un altro alloro, quello accademico: nel 2001, laurea in Scienze motorie a Urbino. Era necessario? «Avevo solo il diploma di ragioniera. Un atleta deve affinare le sue conoscenze dello sport, anche dal punto di vista della fisiologia… Un valore aggiunto alla vita professionale. Ovvio». Uno sport individuale e insieme di squadra, la scherma. Rivalità tra voi? «Mette insieme atleti differenti, per raggiungere lo stesso obiettivo. La rivalità è naturale in tutti i settori, immagino anche nel suo. Ed è altrettanto naturale che si cerchi di superare l’altro. Ma quello che conta è che il tuo risultato vale per il gruppo».

Definisci la scherma
Cos’è per lei la scherma? «C’è chi sostiene che sia un’arte. Per me è puro divertimento». Eppure ci dev’essere un segreto per cui sono state le donne, negli ultimi decenni, a raggiungere tanti obiettivi proprio in questo sport. Sarà perché la donna sta diventando più aggressiva? Sembrava una domanda intrigante, si rivela un altro passo falso. Il fianco è scoperto, l’affondo arriva immediato: «L’aggressività non è questione di genere, ma di carattere. Nella scherma, è l’atleta a doversi difendere: non solo la donna, anche l’uomo. Non c’entra niente l’aggressività congenita. Quello che è importante, fondamentale, è la tenuta psicologica».
E i suoi figli fanno scherma? «Senz’altro». Bravi? «Promettenti. L’importante è che si divertano. E io non stimolo di certo la loro competitività. Una madre non deve stare tanto sopra ai propri figli, essere invadente». Cosa pensano di lei? «Non lo so. Dovrebbe chiederlo a loro». Mamma Giovanna è severa? «Come tutte le altre».

La resa è vicina
La resa è vicina: non ce la possiamo fare. Esiste una filosofia della scherma? «Non so se si può chiamare filosofia, ma è basata su tre elementi: tempo, misura e velocità». Quello che conta anche per la vita. «Questo sport prepara molto alla vita». Prima di arrenderci, proviamo l’ultima stoccata, già sapendo che sarà perdente. Quanto è cambiata la vita di Giovanna dopo il ritiro dallo sport agonistico? «Anche se non gareggio più, sono più che mai nell’ambiente, con un ruolo tecnico (allena la Di Francisca che ha condotto all’argento olimpic aRio, ndr)». Ma non le manca l’adrenalina che scatena una gara? «L’adrenalina scorre a fiumi anche quando fai il tecnico».
Nella scherma, è vietato arrendersi. Si resta in pista a fronteggiare l’avversario, anche se è molto più forte di te, e l’hai capito fin dall’inizio. La stoccata vincente dichiara chiuso l’incontro. E che incontro.

 

Ultimo aggiornamento: 29 Maggio, 19:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA