Coronavirus, ricoverato nell'ospedale dove lavora: «All'inizio ci hanno mandato allo sbaraglio»

Venerdì 27 Marzo 2020
Coronavirus, ricoverato nell'ospedale dove lavora: «All'inizio ci hanno mandato allo sbaraglio»

URBINO - «Non respiravo più, non ci riuscivo. Ho preso l’auto e, per guidare fino al pronto soccorso, ho tirato giù tutti i finestrini: avevo bisogno di aria». Tutto è cambiato in poche ore. Sabato l’esito positivo del tampone, mercoledì il ricovero. «Avevo avuto un po’ di tosse e di dolori articolari, senza febbre. Poi, all’improvviso mi è esploso tutto questo».

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Ora, ogni parola viene interrotta da un colpo di tosse, ogni silenzio ha un sottofondo di respiro affannoso. A parlare dal letto dell’ospedale di Urbino è un operatore sanitario ora, suo malgrado, paziente Covid della stessa struttura in cui lavora. Un dramma nel dramma, visto che è madre e vive da sola con un figlio piccolo. Nessun nome e cognome. E non solo per una questione di tutela e privacy ma anche perché la sua storia ricalca emblematicamente quella di tanti altri colleghi. «Solo dove lavoro io siamo stati contagiati in 20 - racconta -. La verità è che all’inizio nessuno di noi era stato dotato delle necessarie protezioni: siamo stati mandati allo sbaraglio». 
 
La normale organizzazione di un ospedale non è adatta a fronteggiare un virus che si trasmette per via aerea e con un alto tasso di contagiosità, anzi spesso fa da centro di diffusione. A dirlo è Pierluigi Lopalco, professore di Igiene all’Università di Pisa e consulente della Regione Puglia per l’emergenza Coronavirus. «Avevo sempre svolto servizio in un altro reparto, poi dai primi di marzo mi hanno detto di andare in Medicina - spiega l’operatore sanitario che lavora a Urbino da diversi anni ma vive in provincia -. Un lavoro estremamente pesante, sei giorni alla settimana, molto diverso da quello che avevo sempre svolto. Sono stata messa davanti a pazienti positivi pur non avendo adeguato materiale di protezione individuale. Tutti noi lo chiedevamo ma non c’era. E non potevamo rifiutarci: è un nostro obbligo e dovere assistere i malati». Intanto, giorno dopo giorno, i positivi in reparto aumentavano. «E tutti noi operatori sanitari, vista l’esposizione, viste alcune sintomatologie, chiedevamo di poter ricevere il tampone ma la direzione sanitaria ha sempre preso tempo - è la sottolineatura con un filo di voce -. La paura era anche per le nostre famiglie. Un incubo, perché era chiaro che con quella organizzazione il reparto non riusciva a controllare i casi che crescevano ogni giorno. Finalmente, dopo le insistenze della nostra coordinatrice, ci sono stati fatti i tamponi e sabato scorso è arrivato l’esito: praticamente eravamo tutti positivi. Ma tutti siamo stati costretti a lavorare nei giorni compresi tra il tampone e il risultato, con pericolo di trasmettere la malattia ad altri colleghi e familiari o ad altri, solo andando a fare la spesa. Una volta attestata la positività nessuno sapeva poi dirci come ci dovevamo comportare». L’operatore sanitario è così tornato a casa: «Non avevo febbre, solo qualche colpo di tosse dolori da qualche giorno - racconta -. Ho un figlio piccolo, non ho altre persone. Poi, mercoledì, mi si è scatenata la tosse ed esploso raffreddore con crescente difficoltà respiratoria. Così ho lasciato mio figlio alla vicina di casa e sono andata al pronto soccorso: la prima Tac ha evidenziato una polmonite». 

Da operatore sanitario a paziente. «Sono venuta a Urbino perché credo sia un ospedale dall’enorme cuore, capace di grande solidarietà e con ottime professionalità sanitarie. Chi ci lavora ha dato l’anima in questo periodo per arginare e risolvere le esigenze dei nostri concittadini. Ho paura? Come tutti. Ma ora ho due pensieri fissi: mio figlio, spero che non si ammali. Poi, il lavoro: io come altri ho un contratto a termine, sono precaria, cosa ne sarà di noi? Per molti di noi a breve scadranno i contratti, spero che Asur prenda la decisione di stabilizzare subito, senza altri concorsi, tutti quelli che come me hanno contribuito a dare sostegno all’ospedale al costo di ammalarsi».