I poveri del Covid: già in pochi mesi raddoppiati i pasti. E l'età media si è abbassata

Martedì 17 Novembre 2020 di Francesca Pasquali
I poveri del Covid: già in pochi mesi raddoppiati i pasti. E l'età media si è abbassata

FERMO  - Lo sguardo basso di chi prova vergogna. Di chi, fino al giorno prima, ce la faceva con le sue forze. Ma che, quello dopo, s’è dovuto arrendere. Arrivano alla spicciolata e aspettano il loro turno. Prendono il sacchetto con il pranzo e vanno via. «Mai avrei pensato di finire qui», dice uno di loro che per ovvi motivi vuole mantenere l’anonimato; nella voce, c’è l’eco della sconfitta. Del lavoro perso per il Covid, delle bollette da pagare e dei conti che non tornano. Ci sono i figli da far mangiare, e il freno della vergogna cede. Di scene, così, al Ponte, se ne vedono quasi ogni giorno. La cucina in via Da Palestrina non sfama più solo gli ultimi. Ci sono anche i nuovi poveri del virus, adesso.

LEGGI ANCHE:

Covid, Dpcm del 3 dicembre: lockdown, Natale, cene, feste e shopping. Ecco le possibili regole

 
Da quest’estate, i pasti cucinati sono raddoppiati. Poco meno di ottanta al giorno, di cui una decina consegnati a casa dalla Croce Rossa. E, se è vero che gli effetti della pandemia devono ancora arrivare, aumenteranno anche i poveri. «Avvertiamo il disagio che cresce nelle famiglie. Le situazioni sono le più varie. Quando manca il reddito, tutto diventa più difficile. È anche una questione psicologica: a marzo e aprile la gente aveva paura. Adesso è subentrata l’angoscia, perché non si vede la luce in fondo al tunnel. Anzi, la malattia si è riaccentuata. Sembra che non se ne venga a capo e, se non si ha un grande equilibrio, molti non ce la fanno». A parlare è il presidente del Ponte, Silvano Gallucci, assieme ai volontari dell’associazione, in prima linea per aiutare i più deboli. Da primavera, la mensa del centro è chiusa. Troppo complicato mantenere le distanze. La cucina, però, non si è mai fermata. A ottobre, i volontari hanno consegnato 350 borse alimentari che hanno sfamato 480 persone. «Cerchiamo di metterli in condizione di darsi da fare, facendoli cucinare a casa». 

Perché una mano tesa non significa pietismo. Sono perlopiù fermani quelli che chiedono aiuto al Ponte. Nelle ultime settimane, l’età media è scesa. Adesso, a presentarsi alla porta dell’associazione sono soprattutto persone di mezz’età, ma anche giovani. Per un pasto caldo, ma anche per una parola di conforto, «quel contatto che in questa fase abbiamo perso. Non ci possiamo guardare in faccia, abbiamo perso il sorriso che proviamo a ridare». Poi ci sono i senzatetto. «Soprattutto pakistani. Arrivano con in mano un biglietto con scritto “Il Ponte”. Non parlano italiano, ma riusciamo a capirci. Li facciamo lavare e gli diamo dei vestiti. Spesso tornano», racconta Gallucci. Dopo la pausa della prima ondata, i servizi doccia e guardaroba sono ripresi. Per chi ne usufruisce, il vero problema sarà l’inverno. Con freddo e senza un posto dove dormire. «Non sono tantissimi, ma ci sono. Quello che manca è un pronto soccorso per chi ha necessità immediate», aggiunge il presidente del Ponte. La cucina dell’associazione è ormai allo stremo. Con le risorse attuali, ottanta pasti al giorno è più o meno la soglia che s’è data. «Preparare tutti questi pasti – spiega Gallucci – costa sacrificio, lavoro e soldi. C’è gente generosa che non ci fa mancare la sua vicinanza. Ne abbiamo un gran bisogno». 

« I regali, gli acquisti, gli ordini per questo Natale, fateli negli esercizi cittadini. È un gesto di vicinanza e di comunità. Concreto e per nulla difficile. Facciamolo convintamente» afferma il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro, visto il periodo che si sta attraversando, affinché possano essere vicini e sostengano i negozi cittadini nel fare gli acquisti per Natale, ed essere così un supporto al commercio e alle attività di Fermo.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA