Da mercato a strumento di sicurezza, l’Unione Europea alla prova politica

Mercoledì 9 Marzo 2022 di Donato Iacobucci
Le bandiere della Ue a Bruxelles

Una delle conseguenze di lungo termine della drammatica situazione creatasi a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è il cambiamento di percezione del ruolo dell’Unione Europea da parte delle sue élite, dei suoi cittadini e della comunità internazionale. La risposta alla crisi umanitaria, energetica e militare è stata fin qui straordinariamente unitaria e rapida, almeno se confrontata con altre situazioni di crisi internazionale affrontate negli ultimi decenni. È da sempre chiara la consapevolezza che agendo in modo unitario la Ue può avere un peso considerevole. Ma finora questo peso è stato fatto valere sono negli scambi commerciali e quasi per nulla nell’arena delle relazioni internazionali, sia per le palesi divisioni fra i principali stati della Ue sia per l’assenza di meccanismi che consentano di esprimere una volontà politica unitaria e di mobilitare in modo coordinato le forze militari. Questi meccanismi sono adesso esplicitamente nell’agenda della Ue e la discussione non è più sulla loro opportunità ma sulle modalità e sui tempi per metterli in atto. La richiesta di accesso alla Ue avanzata da Ucraina, Moldavia e Georgia sembra dare nuova consapevolezza al valore e al ruolo della Ue non solo come grande mercato ma, come era nelle intenzioni dei suoi fondatori, come strumento per garantire la sicurezza e la pace. All’epoca della sua costituzione la principale minaccia alla pace veniva dai conflitti fra gli stessi paesi che ne facevano parte; di qui l’idea di mettere in comune le risorse primarie ed energetiche (la prima ad essere creata è stata la comunità dell’acciaio e del carbone) e di procedere alla progressiva integrazione delle economie come principale strumento di garanzia per prevenire nuovi conflitti. Le diatribe sulla convenienza economica di stare nell’euro o di sottostare alle regole Ue si erano già grandemente attenuate con la risposta alla pandemia e sono destinate (speriamo) ad essere del tutto accantonate quando usciremo dalla crisi attuale. La consapevolezza del valore della Ue non solo come area di libero scambio ma come spazio di convivenza democratica, di sicurezza e di stabilità è sempre più evidente non solo ai cittadini che ne fanno parte ma anche a quelli dei tanti paesi che aspirano ad entrarvi. Questo pone all’Ue un’accresciuta responsabilità per il ruolo che potrà giocare nel favorire il loro ingresso e, soprattutto, la loro evoluzione verso un assetto istituzionale che garantisce e promuove i diritti fondamentali delle persone. Se crediamo nei valori sui quali sono fondate le nostre istituzioni dobbiamo assecondare e aiutare i paesi che intendono muovere in questa direzione. Il consolidamento della Ue e dei suoi valori nei paesi dell’est Europa sarà una delle principali sfide dei prossimi anni. Non meno rilevante si presenta quella dell’integrazione dei paesi dei Balcani Occidentali: Serbia, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia e Erzegovina, Montenegro, Cossovo. Tutti questi paesi aspirano a diventare membri della Ue; e si tratta di un’aspirazione più che legittima poiché essi sono parte dell’Europa da un punto di vista geografico, storico e culturale. Il processo di integrazione nella Ue assume una valenza strategica straordinaria anche in considerazione del fatto che l’attuale asseto istituzionale e politico non può ritenersi per nulla stabile, essendo il risultato del congelamento della situazione di fatto sancita dagli accordi di Dayton del 1995 per la Bosnia e Erzegovina e degli accordi del 1999 e del 2013 per il Cossovo. Il processo di integrazione nella Ue ha mosso i primi passi con il summit di Tessalonica del 2003 e da allora procede con un ritmo che non può certo dirsi soddisfacente. Al momento vi sono quattro paesi candidati – Serbia, Albania, Montenegro e Macedonia del Nord – con negoziazioni aperte su vari fronti, e due paesi potenziali candidati – Bosnia e Erzegovina e Cossovo. È ragionevole che la Ue sia cauta nella politica di allargamento considerando sia i possibili problemi nelle relazioni istituzionali (vedi le recenti diatribe con Polonia e Ungheria) sia i potenziali costi derivanti dall’ingresso di paesi con forti differenziali nei tassi di sviluppo. È una cautela che deve però tenere conto non solo degli interessi economici dei paesi membri ma anche dei mutevoli equilibri delle condizioni interne e negli scenari geopolitici dell’area. Lo scorso autunno il commissario Ue all’allargamento, Olivér Várhelyi, ha esplicitamente lamentato il fatto che i continui ritardi nell’avvio dei negoziati per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord stanno avendo un impatto negativo sulla credibilità della Ue. Vi è diffusa convinzione del fatto che i Balcani occidentali siano parte integrante dell’Europa e che la Ue non sarebbe completa senza di essi. L’integrazione è una questione di tempo e sembra non essere in discussione: ma tempi e modi fanno la differenza. L’ammissione alla Ue è sottoposta ad una rigorosa valutazione e richiede ai paesi candidati di implementare riforme complesse che investono l’economia, il diritto, la lotta alla corruzione e alla criminalità; oltre alla dimostrazione di stabilità politica interna e rapporti di buon vicinato con i paesi confinanti. È ovvio, però, che i ritardi nell’avanzamento dei negoziati ed un eccesso di cautela possono rendere più difficile gli stessi processi di riforma e fornire motivazioni alle forze nazionaliste. È un equilibrio non semplice e nei prossimi anni alla Ue sarà richiesta una maggiore assunzione di responsabilità e un maggiore coraggio in questo ambito. È doveroso essere cauti e valutare i costi dell’allargamento. La drammatica situazione di questi giorni ci ricorda, però, che i costi economici e umani dell’instabilità e dell’insicurezza rischiano di essere ancora maggiori.
 

* Docente di Economia alla Università Politecnica delle Marche e coordinatore Fondazione Merloni

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