l medico contagiato ritorna a casa: «Da dottore capivo la gravità. È stato brutto ma ora riparto»

Domenica 19 Aprile 2020
Sergio Olivieri presta attività al 118 di Jesi

JESI - È in prima linea dal lontano 1999, quando il 118 è stato attivato a Jesi. E prestando servizio al posto di primo intervento di Cingoli, per soccorrere un’anziana ospite della Casa di riposo di Cingoli che successivamente risultò positiva al Covid-19, anche il dottor Sergio Olivieri, medico del 118 di Jesi, ha contratto il Coronavirus. Trenta giorni di lotta, prima al “suo” pronto soccorso del “Carlo Urbani poi nel reparto di terapia sub-intensiva. E ieri pomeriggio le dimissioni. È tornato a casa ma non ha potuto abbracciare sua moglie, perché prima di essere dichiarato completamente guarito deve trascorrere un periodo di quarantena e risultare negativo a un altro tampone.

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«È stato brutto, specie i primi momenti - racconta il dottor Olivieri - sono sicuro di essermi infettato a Cingoli, perché sono andato a visitare una delle anziane poi risultate positive, era il 4 marzo, quando iniziavano a scoppiare i primi focolai. In base ai nostri protocolli era sufficiente usare mascherine chirurgiche e guanti, oltretutto non avevamo tanti presidi e non era possibile usarli e gettarli ogni volta». 

Continua il racconto: «Lassù la situazione era già molto grave. I primi sintomi sono stati tosse e raffreddore, non ho pensato subito al virus. Poi, alcuni giorni dopo si è manifestata la febbre e ho iniziato a stare male, non sono andato a lavoro, ma mi sentivo in colpa perché lasciavo i colleghi nel momento in cui c’era più bisogno». Il dottor Olivieri il 19 marzo ha usato il saturimetro che aveva in casa e da lì ha allertato il 118. «Mi hanno ricoverato al pronto soccorso, poi nel reparto di terapia sub-intensiva dove subito mi hanno messo il casco (Cpap) con l’ossigeno. L’ho portato fino alla settimana scorsa».

Il dottor Olivieri per la prima volta si è trovato dall’altra parte, da quella dei pazienti, costretto lui stesso ad affidarsi ai suoi colleghi. «Sono stati tutti bravissimi, sia medici che infermieri e oss – racconta – non solo con me, ma con tutti i pazienti. C’era grande professionalità, competenza ma anche umanità, pazienza e dolcezza, specie con i più anziani. I momenti peggiori sono stati certamente quelli dell’incertezza iniziale, il non sapere come il virus si sarebbe manifestato. Sono stato fortunato perché non sono andato in Rianimazione, sono rimasto sempre in terapia sub-intensiva. Da medico conoscevo perfettamente tutti i trattamenti cui venivo sottoposto, conoscevo i colleghi, mi sentivo rassicurato da questo. Ma capisco che per gli altri pazienti sia stata una situazione traumatica. Mi manca il lavoro, non vedo l’ora di tornare in automedica. Me la sono cavata, ma da internet le notizie erano pessime. Temo che non ne siamo ancora fuori, fate attenzione». 

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