Jacopo Fo a Jesi per la regia de “La serva padrona” in dittico con “The telephon”: «Come mi ha insegnato mio padre il pubblico viene prima di tutto»

Lunedì 18 Ottobre 2021 di Giovanni Filosa
Jacopo Fo a Jesi

JESI - Jacopo Fo indossa un cappello da nordista, si muove dinoccolato e sereno. Nello zainetto porta la sua esperienza, una vita vissuta con, insieme e per Dario Fo e Franca Rame, i suoi genitori. Butta un occhio verso il palcoscenico del Teatro Pergolesi di Jesi, dove sta allestendo la regia de “La serva padrona” in dittico con “The telephon” per la stagione lirica della Fondazione Pergolesi Spontini, appuntamento sabato 23 ottobre alle ore 20,30 e domenica 24 alle ore 16(anteprima giovani giovedì 21 alle ore 16). 

 

 
Immagino non avrà avuto bisogno di lezioni di teatro... 
«Mi ricordo che, avevo otto anni, papà iniziò, insieme ai collaboratori, una ricerca su Cristoforo Colombo, per “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe”. Una pigna di libri sottobraccio, per studiare il personaggio attraverso i suoi scritti, che già evidenziavano come il cosiddetto scopritore delle Americhe trattasse i nativi e gli schiavi. Capii come nasce un testo. L’unica lezione che ebbi da mio padre, dopo tanto teatro di strada, fu quando mi imbattei in un teatro vero. Mi disse: “Prima dello spettacolo fatti una passeggiata, se piove falla sul palcoscenico, e quando ci sali sopra pensa che davanti hai degli amici che si sono messi il cappotto per uscire di casa e venire a vederti”. Il resto l’ho imparato con loro, da dietro le “quinte”. Quando lavoravo col “Male” e poi con “L’Unità” non usavo il mio cognome, per ovvi motivi, ma da allora ritornai Jacopo Fo. Ho grande rispetto per il pubblico perché lo spettacolo viene fatto “con il” pubblico. Lui determina il successo o meno. Debbono esserci una sinergia e un’empatia assoluta». 
Ha studiato tecniche orientali, vero?
«Sì, e ho capito come fanno gli attori a recitare anche se sono malati. Una specie di yoga demenziale, cioè meditazione trascendentale, arti marziali, unite con le tecniche occidentali. Una contaminazione che porta spesso ad una gigantesca risata. È successo anche a me. Più di mille persone in teatro, la tv che riprendeva, io febbricitante che alla fine non ricordavo nulla, neppure come avessi recitato. Ricordo solo che uscii sculettando da selvaggio della Papuasia. E dentro uno stato di grandissima energia».
Come ha affrontato “La serva padrona”, per esempio?
«Sono grato al Pergolesi di avermi permesso di fare questa esperienza. La lirica è più organizzata di quel teatro di prosa da cui vengo io, dove ha sempre regnato il caos assoluto. Ho studiato Pergolesi, il successo in Francia con “La serva padrona” ed il fatto che Pergolesi vuole in scena un personaggio che è muto, è un elemento di contaminazione dalla commedia dell’arte, come se ritenesse indispensabile la presenza in scena di un clown che si trasforma nel Capitan Tempesta e terrorizza il padrone. Un classico, il nostro modo di fare teatro. La scenografia? Divertente creare quasi una cosa infantile, irregolare, ci saranno pure dei giochi. Sto cercando, come faceva mio padre, in sartoria degli abiti da poter imbrattare. Ma non con lo spray, come fece lui una volta». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA