Paola Cocci Grifoni: nove interventi, due
lauree. «Il vino insegna a saper aspettare»

Paola Cocci Grifoni: nove
interventi, due lauree. «Il
vino insegna ad aspettare»
di Laura Ripani
Solare come i chicchi d’uva del suo Dna familiare; dal carattere d’acciaio, quello che le ha permesso di affrontare e superare ben nove operazioni chirurgiche in 47 anni di vita. Paola Cocci Grifoni è una bella donna. Sorride sempre quando parla, con passione, di sé, dei suoi successi, del suo lavoro, di sua madre e sua sorella con le quali porta avanti l’azienda vitivinicola ereditata dal padre Guido, colui che salì fino ad Arquata del Tronto per riscoprire i filari di Pecorino, quasi scomparsi. 
«I vini ti insegnano a saper aspettare: devono maturare; a superare gli ostacoli: la grandinata del 25 luglio scorso ad esempio; ad affrontare gli imprevisti: quest’anno finiremo molto presto. Ti danno gli strumenti per affrontare il futuro perché affinano la sensibilità: il loro colore, il loro profumo...». La prima donna enologo delle Marche è un bouquet di interessi, di dinamismo e voglia di vivere. Convinta che lo studio e l’approfondimento siano l’arma vincente, anche del mercato globale.

I titoli
«A 14 anni chiesi a mio padre cosa avrei potuto fare da grande. Lo ricordo come fosse ora: lui, mangiando un boccone d’insalata, mi disse che mia sorella frequentava il Ragioneria, io l’Agraria. Non fu facile. Per una ragazza con i miei problemi di salute prendere il bus da San Savino tutti i giorni fino ad Ascoli. Dopo il primo anno fui costretta a ritirarmi, ho dovuto affrontare una delle operazioni più difficili, restai un anno intero senza camminare. Ma poi tornai e finii la scuola. A 21 anni, ma ce la feci. Poi non mi iscrissi subito all’università ma ero ambiziosa. La qualifica europea alla Politecnica delle Marche arrivò qualche anno più tardi quando avrei rischiato di restare solo un tecnico con il mio diploma. Un grande traguardo la laurea, perché lo fai solo per te. Noi eravamo in 9 i tutto il corso, io l’unica ragazza». Nel 2001 sarebbe arrivato il master alla Cattolica di Milano sede di Piacenza - all’avventura i viaggi sul Crotone Milano una volta a settimana per mesi sorride - e ancora nel 2005 la seconda laurea in viticoltura alla Politecnica delle Marche con una tesi in microbiologia sugli arresti di fermentazione. «Studiare è importantissimo. Mi ha permesso di confrontare il nostro saper fare e la nostra filosofia aziendale, il nostro percorso di crescita con i colleghi di tutta Europa, ricordo ad esempio, lo stage a Bordeaux; entrare in comunicazione non solo con le università ma anche con altre aziende, esperienze che rafforzano e fanno conoscere il settore. I titoli di studio servono nel mondo del lavoro, eccome! Non solo per darti gli strumenti ma anche per imparare: sia a sbagliare sia a fare la cosa giusta».
 
La salute
Un percorso a ostacoli per lei più che per chiunque altra, tra una operazione e un ciclo di fisioterapie. «Il mio parto fu d’urgenza e podalico. Rischiammo la vita sia io sia mamma e, per fortuna incontrammo gli staff dell’ospedale di San Benedetto prima e del Salesi poi. Sono viva per miracolo. Alla fine queste difficoltà hanno forgiato il mio carattere. Ti senti tenuta per mano dalla famiglia, dai medici, una “squadra” che lavora per ottenere un obiettivo, la salute». 

La fiducia
«I medici mi chiamavano la nostra piccola Marylin - celia - perché anche lei aveva avuto una lussazione all’anca che le conferiva quel passo così sensuale...». E così mentre tutti dopo l’università si regalano un viaggio o una vacanza io ho fatto la vendemmia del 97 e mi sono “regalata” l’operazione più complicata quella che mi ha permesso di ottenere la miglior qualità della vita possibile. Mi sono fidata delle parole dei medici, mi sono messa nelle loro mani. Sì, avrei potuto scegliere anche un centro all’estero, ma ho creduto nella nostra Italia. E ho vinto la scommessa». Paola, con la sua grazia e sensibilità è un po’ la frontwoman dell’azienda «che negli Anni Sessanta quando tutti scappavano dalla campagna per riempire le fabbriche ha fatto una scommessa». Lei non era ancora nata ma suo padre, Guido, scommise addirittura sul Pecorino, un vecchio vitigno oramai quasi perduto, ritrovato anche grazie al sostegno della Camera di commercio, ad Arquata del Tronto. 

Un padre- maestro
«Mio padre è stato il mio grande maestro. Mi ha sempre incoraggiata, Mi ha insegnato ad ascoltare tutti e poi fare secondo quanto ritenevo giusto, a credere nelle mie convinzioni, a saper aspettare. Lui è stato il primo a farlo. Nel 1983 credette così tanto nelle uve del Piceno che riscoprì il Pecorino. Nel 1987 impiantò il vigento madre di queste uve nella nostra tenuta San Basso a Offida. Ha così dato una svola ai nostri territori. E io sono orgogliosa di portare avanti questa eredità come custode della nostra terra, nessun altro ha questa eredità. Il nostro è un ambiente incontaminato e promiscuo e tra le nostre eccellenze c’è il fatto di poter vantare, sul 43° Parallelo grandi rossi e grandi bianchi, non tutti pensavano si potesse tanto. E questo si deve anche alla caparbietà di Guido alla memoria del quale, lo scorso anno, abbiamo dedicato un vino in purezza, il Guido Cocci Grifoni appunto. Io, come enologo, ne ho selezionato personalmente il lievito ecotipico che ci permette di vinificarlo in purezza». Quest’anno Paola “compie” 29 anni di vendemmia e, con la madre Diana e la sorella Marilena, si è data un’altra sfida: arrivare dalle 380mila bottiglie attuali alle 500mila. Un’altra sfida. «Mio padre - dice - ne ha già vinte tre: la creazione del Rosso Piceno Superiore Vigna Messeri, il primo spumante, il Gaudio Magno e il Colle Vecchio nel 1990, primo Pecorino appunto. A noi tocca andare avanti». Ma lui era solo. E con tre donne al comando forse non sempre c’è unità d’intenti.

Al comando
«E invece no! - blocca subito l’imprenditrice - Certo, a volte discutiamo, ma nella maggior parte dei casi andiamo d’accordo. Innanzitutto perché abbiamo chiaro il concetto di fare squadra e il rispetto dei ruoli. Ognuna mette la sua competenza, se ci scontriamo è per rafforzarci e il segreto è essere interscambiabili, soprattutto quando ci sono ospiti in cantina. Mamma è il nostro pilastro, la nostra quercia. Lei coordina, è la più attaccata alla campagna. Mia sorella è invece maggiormente votata l’export e poi si occupa di commerciale e amministrativo. Io faccio il “regista” specialmente della produzione, sto un po’ dietro le quinte ma sono anche il “volto” dell’azienda mi piace comunicare». In arrivo però c’è anche la terza generazione dei Cocci Grifoni, i nipoti. Donne, anche in questo caso, pare un karma. «Sono le donne che hanno il compito, da che mondo è mondo, di tramandare le tradizioni e il vino è territorio. Marta, che studia Economia dell’Ambiente a Torino si occupa dei social: ospitiamo stranieri e anche blogger e instagrammer; e Camilla, presto biologa, dà il suo apporto sui prodotti enogastronomici e l’accoglienza. Io? A me piace anche fare lezione e ho pure la mia “cattedra” fissa all’Università della Terza Età».
 
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Domenica 24 Settembre 2017, 16:23 - Ultimo aggiornamento: 24-09-2017 16:23

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