Pesaro Capitale della Cultura 2024, Riitano spiega come si vince: «Non è Miss Italia, premiati lavoro e qualità»

Agostino Riitano con il sindaco Matteo Ricci
Agostino Riitano con il sindaco Matteo Ricci
di Elisabetta Marsigli
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Sabato 19 Marzo 2022, 07:50

PESARO - Agostino Riitano, nel suo palmares ci sono Matera Capitale europea 2019 e Procida, Capitale italiana 2022: qualcuno ha detto che per vincere in Italia e non solo, bisogna rivolgersi a lei.
«Non tutto il Paese è concentrato sulle Capitali della cultura, ma questa vittoria di Pesaro testimonia sicuramente quanto questo “concorso” premi il lavoro e la qualità».

 
Inoltre al suo elenco sarebbe da aggiungere anche Tirana, capitale europea dei giovani 2022.
«A parte gli scherzi, ci tengo a dire che non vivo mai queste competizioni come se fosse il concorso di Miss Italia. Viviamo in un paese meraviglioso, dove ogni città custodisce un patrimonio culturale straordinario. La gara non è sulla bellezza, ma la sfida è qual è la città che ha la capacità di costruire una politica pubblica per la cultura, dove la cultura è volano reale di sviluppo».


È una questione di mestiere quindi?
«Ho iniziato a fare questo lavoro probabilmente un po’ prima degli altri quando in Italia non si chiamava ancora management culturale. Mi sono formato nei contesti europei, dove questa riflessione sulla costruzione di una politica culturale, è qualcosa che si costruisce nelle radici più profonde del sociale. Ho avuto la possibilità di sperimentare da giovanissimo queste pratiche occupandomi di questioni anche importanti che poi hanno fatto molta letteratura sul tema. Prima ancora di Matera ho lavorato nei quartieri di Napoli, in Sud America sulla costruzione di piani strategici per lo sviluppo turistico, nell’Est Europa fondando istituzioni teatrali». 


Quali i segreti del successo di Pesaro? 

«L’elemento centrale è stata la volontà di individuare un metodo chiaro e un tema chiaro. Il metodo, sin da subito, è stato quello di attivare un percorso di coinvolgimento della città. Lo abbiamo definito, sperimentato, esercitato e lo abbiamo chiamato “quartiere dell’immaginario” su cui poi abbiamo costruito gli esercizi di cittadinanza. Qui ho portato la mia esperienza. L’elemento più interessante è stata poi l’affinità elettiva che si è creata tra me, il gruppo di lavoro e l’assessore Vimini: tra la parte istituzionale della città e tra gli operatori, si è creata una dinamica armonica che ben coincide con la metafora della città orchestra. Ciascuno, con la propria soggettività, ha saputo creare una dimensione polifonica».


A questo si è aggiunto il racconto del futuro?
«Insieme ai cittadini abbiamo immaginato la città che non c’è: non volevamo concentrarci sul racconto del patrimonio presente a Pesaro che è importantissimo, da Rossini a quello monumentale, ma riuscire a immaginare qualcosa che non ci fosse ancora. Su questa sfida abbiamo individuato il tema “la natura della cultura” che ci è servito per focalizzare la nostra “legacy”, cioè l’eredità non solo materiale che Pesaro vuole lasciare a tutto il paese, riuscendo a ricomporre in maniera virtuosa e poetica la relazione tra arte scienza e tecnologia». 


Un tema molto attuale…
«Ce ne siamo accorti in questi ultimi mesi infatti, di quanto al centro della nostra vita sia piombata la scienza. L’arte e la scienza erano invece, fino ad un certo punto della nostra storia, due facce della stessa medaglia. Con l’azione dei nostri progetti culturali dobbiamo generare una ricomposizione tra questi tre elementi, arte, scienza e tecnologia per rideterminare il dialogo col vivente».


A proposito di “orchestra”: Pesaro era una città che voi conoscevate già bene per il progetto Unesco?
«Questo è stato un elemento di vantaggio perché la progettualità a città creativa Unesco aveva già creato un importante bagaglio conoscitivo e profondo di tutte le sfumature dell’ecosistema culturale di Pesaro e quindi abbiamo potuto passare subito ad un livello superiore, di ulteriore approfondimento di quella dimensione progettuale».

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