Odia gli stranieri e scrive a Mattarella: «Rimpatriali o li ammazzo tutti». Pesarese finisce alla sbarra ma viene assolto: il fatto non sussiste

Mercoledì 11 Maggio 2022 di Luigi Benelli
Un'aula di tribunale

PESARO  - Scrive di suo pugno una lettera al presidente della Repubblica. Ma il testo è una invettiva contro gli stranieri. Con tanto di minacce di fare una strage di extracomunitari. Così finisce alla sbarra. Ieri la sentenza davanti al giudice monocratico nei confronti di un uomo di 56 anni del pesarese. E’ accusato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa.

 

Nell’ottobre del 2020 ha inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella una lettera manoscritta. Il testo è abbastanza chiaro: «In Italia ci sono troppi stranieri. Voglio che tutti gli stranieri vengano rimpatriati nel loro paese di origine». Poi le gravi minacce. «Se non li rimpatrierà tutti, comincerò ad ammazzarli in tutte le Marche ed Emilia Romagna fino a dove arrivo». Il testo è partito dall’ufficio postale ed è arrivato al Quirinale. Qui è stato aperto e la segreteria ha inoltrato la lettera alla procura che ha aperto una indagine. Così l’uomo è finito a processo per il reato 604 bis.

Un reato punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. O con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Insomma non una cosa banale. Ieri la sentenza con il giudice che ha assolto l’uomo perché il fatto non sussiste. E tutto si gioca sui cavilli.

La lettera era rivolta direttamente al presidente Mattarella, ma è molto probabile che non l’abbia letta. E qui si è giocata tutta la difesa. L’avvocatessa dell’imputato, Elena Fabbri, sottolinea infatti: «Condivido la sentenza del Tribunale in quanto sono fermamente convinta che il Presidente della Repubblica non possa aver letto la missiva. Pertanto contro chi sarebbe fatta l’istigazione? Peraltro non vi è certezza alcuna neppure che la lettera promanasse dal mio assistito».

 

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