Tornano da un viaggio in Cina, i connazionali li chiudono in casa per dieci giorni

Lunedì 24 Febbraio 2020
Psicosi da Coronavirus anche nel piccolo centro di Apecchio, foto d'archivio
APECCHIO -  Tornando dalla Cina, giovedì 13 febbraio, madre e figlio hanno fatto scalo a Berlino e poi a Bologna chiudendo il viaggio in auto per raggiungere Apecchio. Nessuno ha febbre o presenta segni di infezione da coronavirus  ma per volontà dei connazionali che come loro vivono ad Apecchio, da quel giorno sono segregati in casa. Lei 40 anni, il figlio 20 sono rientrati da Qingtian, nella provincia di Zhejiang. A 500 chilometri più a Nord c’è Shanghai, città con casi certificati di Covid-19. I due da Bologna raggiungono Apecchio a bordo dell’auto di un collega cinese della donna, lavorano entrambi nella stessa azienda. L’accoglienza non è festosa e madre e figlio vengono obbligati a chiudersi in casa. La donna contatta telefonicamente, la sua consulente di lavoro Anna Grazia Forlucci raccontandole la storia. Così è la stessa commercialista ad avvisare il medico di base, che a sua volta informa l’Asl di Urbino. Alla professionista viene suggerito di consigliare alla donna e al figlio di controllare la febbre 2 volte al giorno ma non presentando alcun sintomo, per loro non c’è obbligo di quarantena. Ma la pressione dei connazionali è forte e i due decidono di sottoporsi volontariamente ai 14 giorni di isolamento. Però come si sa il paese è piccolo e la gente mormora e il silenzio sulla notizia dei due cinesi rientrati da Qingtian è durato poco. Ieri i fatti erano l’argomento principe delle conversazioni tra gli apecchiesi e la vicenda è arrivata anche alle orecchie del sindaco. Vittorio Nicolucci si è fiondato a Urbino dove è riuscito a ottenere un incontro con i medici e dirigente dell’Asl. Attualmente stanno monitorando la famiglia cinese e selezionando i pochi incontri che madre e figlio hanno avuto. Ma la situazione è normale, non c’è sospetto alcuno di patologia. © RIPRODUZIONE RISERVATA