Il Getty Museum nega ancora il Lisippo: «Non lo restituiremo. L'Italia non ha un diritto legale»

Domenica 11 Aprile 2021 di Luigi Benelli
Il Lisippo esposto al Getty Museum di Malibù

FANO - Il Getty Museum non ha alcuna intenzione di rinunciare al Lisippo, l’Atleta vittorioso in bronzo dello scultore greco databile al IV secolo avanti Cristo conservato negli Usa a Malibù. Lo fa sapere nuovamente e con forza tramite l’ufficio comunicazione e assistente di direzione.

 

La richiesta di Fano a Franceschini
Nei giorni scorsi il sindaco di Fano Massimo Seri aveva proposto il Lisippo come simbolo del prossimo G20 della cultura, in programma sotto la presidenza italiana, dedicato in particolare alla lotta al traffico clandestino delle opere d’arte. Un modo per portare al livello diplomatico più alto una vicenda internazionale di tale traffico di opere d’arte. 
Lo aveva fatto scrivendo al ministro Dario Franceschini e al presidente del Consiglio Mario Draghi in vista del summit il 3 maggio 2021 con tutti i ministri della cultura.

La risposta all’email
In vista di questa scadenza, abbiamo inviato un’email all’ufficio relazione con i media del Getty Museum per sondare le intenzioni del museo americano e la risposta di Julie Jaskol, assistant director, non si è fatta attendere. Giusto il tempo del fuso orario. «Continueremo a difendere il nostro diritto legale sulla statua - afferma il referente del Getty Museum -. La legge ed i fatti in questo caso non garantiscono la restituzione al governo italiano. La statua è di antica origine greca, è stata ritrovata in acque internazionali nel 1964, ed è stata acquistata dal Getty Museum nel 1977, anni dopo che la più alta corte italiana, la Corte di Cassazione, concluse nel 1968 che non c’erano prove che la statua appartenesse all’Italia».

Il nuovo processo
Ma un nuovo processo e una sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 2018 hanno stabilito che il bronzo è di proprietà dello Stato italiano. La Cassazione nelle motivazioni della sentenza fa riferimento alla mancanza di due diligence da parte del Getty Museum che acquistò la statua sulla base di pareri sulla lecita provenienza dell’opera espressi solo dai consulenti (uno studio legale di Roma) del venditore (un antiquario tedesco, Herzer). Il tutto «connotato da una inspiegabile ed ingiustificabile leggerezza».

La Cassazione, infine, ha respinto l’ennesimo ricorso di Stephen Clark, rappresentante del Getty Trust, contro l’ordinanza di confisca come corpo del reato emessa dal tribunale di Pesaro nel giugno 2018 dopo un contenzioso durato anni.

La tesi del museo americano
Ma al Getty non ne vogliono sapere. «Il tribunale - dichiara Julie Jaskol - non ha fornito alcuna spiegazione scritta dei motivi della sua decisione, il che è incoerente con la sua affermazione di 50 anni fa secondo cui non c’erano prove della proprietà italiana. Inoltre, la statua non è e non ha mai fatto parte del patrimonio culturale italiano. Il ritrovamento accidentale da parte di cittadini italiani non rende la statua un oggetto italiano. Trovato al di fuori del territorio di ogni Stato moderno e immerso nel mare da due millenni, il Bronzo ha solo un collegamento fugace e occasionale con l’Italia».

Dunque, il Getty nega ogni disponibilità alla restituzione, tendendo però la mano all’Italia per collaborazioni culturali: «Riteniamo che qualsiasi ordine di confisca sia contrario al diritto americano e internazionale. La nostra priorità è continuare le nostre collaborazioni produttive e di lunga data con i nostri numerosi colleghi italiani e il Ministero della cultura. È un peccato che questo problema sia stato una distrazione da quel lavoro importante».

Il gelo del governo nazionale
Il sindaco Seri ha lanciato il sasso, anche se proprio lo scorso ottobre il Mibact, in risposta a una interrogazione sulla restituzione dei beni all’estero aveva gelato tutti. Anche a ottobre, il ministro era Dario Franceschini. La linea era chiara: «Le rivendicazioni non possono essere massive né occasionali. Privare simultaneamente i musei esteri di quei reperti non porterebbe alcun vantaggio culturale e non consentirebbe di provvedere adeguatamente non solo alla valorizzazione ma neanche alla conservazione degli oggetti». Al contrario nel 2019 l’ex ministro Bonisoli fu categorico: «Deve rientrare in Italia. Noi andiamo avanti senza esibizioni muscolari ma con coerenza difendendo la dignità del nostro Paese».

Ultimo aggiornamento: 11:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA