Filippo Saltamartini (Lega) in odore di assessorato: «Una questione di destino ma se mi tocca la Sanità rivedo gli ospedali unici»

Sabato 26 Settembre 2020 di Maria Teresa Bianciardi
Filippo Saltamartini (Lega) in odore di assessorato

Filippo Saltamartini è uno di quei politici avvezzi ai successi elettorali. Senatore, per due mandati primo cittadino di Cingoli e poi rieletto ancora, anche se stavolta in consiglio comunale (ora è vice sindaco). Eppure questa affermazione alle Regionali ha avuto sui di lui l’effetto di una scarica adrenalina inaspettata: tanto da tenerlo sveglio anche la notte. Sarà perché è risultato il secondo più votato in tutte le Marche della Lega e perché il centrodestra è per la prima volta al governo delle Marche. Ma non solo.

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Saltamartini, lei adesso sta veleggiando speditamente verso un assessorato nella futura giunta del presidente Acquaroli. Non la preoccupano le grandi aspettative che i marchigiani hanno riposto in voi?
«Le sfide mi piacciono e anzi: più sono difficili, più mi impegno per arrivare all’obiettivo che mi sono prefissato. Però è vero, faccio fatica a prendere sonno in questi giorni. In ballo c’è il futuro della regione, non da qui a cinque anni, ma da qui a venti».

E tra le ipotesi c’è la delega alla Sanità. Un assessorato che vale qualcosa come tre miliardi e che nell’ultima legislatura ha pagato lo scotto di una trasformazione difficile e irrealizzabile.
«Le mie battaglie per la sanità sono cominciate da Cingoli quando rivendicavo per la città il riconoscimento di ospedale di sede disagiata, grazie al quale avremmo potuto mantenere tutti servizi di emergenza, dal punto di primo intervento alla diagnostica. Con il piano socio sanitario la Regione ci ha escluso, facendo entrare solo Pergola e Amandola». 

Poi l’anno scorso a giugno hanno cancellato 20 posti letto e trasferito Cingoli da un’Area vasta all’altra.
«Una doppia operazione, chiaramente politica, che si è ripercossa in maniera drammatica sulla nostra cittadina. Quando nella casa di riposo ci sono stati i primi contagi da Coronavirus nel marasma delle carte ancora in transito da un’Area vasta all’altra non si sapeva chi dovesse intervenire. Intanto era morto un medico di base, gli altri erano in quarantena e avevamo l’ospedale dimezzato. Non ci fossero stati i sanitari della marina militare non so come sarebbe finita».

Quindi con l’assessorato alla sanità potrebbe rimettere i tasselli al posto giusto. Dica la verità: questa sfida l’appassiona.
«Non faccio fughe in avanti, penso che sia questione di destino oltre che di inevitabili equilibri politici all’interno di una coalizione che ha vinto le elezioni. Ma se dovesse capitarmi, sicuramente sarò negli ospedali, dentro le strutture, all’interno dell’Asur come sono abituato a fare».

Insomma prenderà la situazione di petto, a costo di continuare a mantenere la fama di politico pignolo e anche attaccabrighe...
«Lo so che dicono questo di me, ma io sono fatto così. Non mi fermo se devo raggiungere un obiettivo per la comunità. È successo anche per la messa in sicurezza del ponte sul lago di Cingoli: dalla Regione continuavano a sbattermi le porte in faccia. Figuriamoci. Alla fine l’ho spuntata».

Ed è pronto a buttare gli ospedali unici giù dalla torre.
«Diciamo che il Piano socio sanitario, così com’è, non funziona. Va rivisto completamente, compresi gli ospedali unici. Bisogna valorizzare le strutture territoriali affiancandole a quelle di alta specializzazione. Fondamentale ridurre le liste d’attesa e la mobilità passiva, ma soprattutto deve essere riorganizzata tutta la diagnostica».

Dovesse pensare a uno slogan?
«Funzionalità. A cominciare dal sito dell’Asur: non c’è un riferimento, un numero di telefono da contattare in caso di necessità. Basta nascondersi dietro un portale, i cittadini hanno bisogno di referenti. Quando ero sindaco il numero del mio cellulare era pubblico e anche in Regione lo sarà. Poi va applicato il codice digitale, non possiamo nel 2020 ancora affidarci alle impegnative cartacee per prenotare una visita».

Semplice, a parole.
«Nei fatti la Regione ha perso tempo prezioso. La sfida che ci attende adesso è quella di rimettere in piedi un sistema che fa acqua, riorganizzando con le risorse che abbiamo e rendendolo efficiente».

Prima di tutto?
«Parlare con chi è ogni giorno in prima linea. Il personale sanitario. Interfacciarci con medici, infermieri, tutti coloro che portano avanti questo settore con grande impegno e abnegazione: solo loro possono raccontarci quello che funziona e cosa va cambiato».

Un sogno inconfessabile.
«L’odontoiatria pubblica, per le persone meno abbienti. La sanità che funziona si vede anche dal sorriso dei cittadini».

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