Emily Ratajkowski presenta la sua autobiografia: «Che diritto ha la gente di dirmi che non posso ballare nuda?»

Emily Ratajkowski presenta la sua autobiografia
Emily Ratajkowski presenta la sua autobiografia
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Giovedì 4 Novembre 2021, 18:12

Emily Ratajkowski è sicuramente un'icona. È una delle top model più pagate al mondo, ha quasi 30 milioni di followers su Instagram, è stata in «Gone Girl» con Ben Affleck e con Zac Efron in «We Are Your Friends». È diventata famosa a 21 anni, girando la clip di Robin Thicke, in cui tre modelle ballavano nude e che fu censurata per misoginia. In una lunga intervista al Corriere della Sera, la top model presenta la sua autobiografia e si pente di alcune azioni del suo passato.

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Lei sostenne che «quel video era femminista» e che le donne avrebbero dovuto trovarlo liberatorio. «Sono a mio agio col mio corpo», disse, «che diritto ha la gente di dirmi che non posso ballare nuda? Dimenticano che il femminismo è libertà di scelta». Successe che le femministe s'indignarono e che milioni di ragazzine la acclamarono. 


Col senno di poi, però, ora che ha 30 anni e che è mamma, Emily ha idee più sfumate e le racconta nell'autobiografia «Nel mio Corpo», che esce il 9 novembre negli Stati Uniti e in Italia, per Piemme. La voce che arriva d'Oltreoceano è quella di una giovane donna determinata a farsi valere.

Sul rapporto con il suo corpo da giovane Emily Ratajkowski dichiara: «Avevo ricevuto messaggi contraddittori sul mio corpo. Mia madre mi diceva: 'vestiti come ti pare, fregatene di cosa pensa la gente'. Quando avevo 13 anni, mi comprò un abito per il ballo della scuola. Era azzurro, aderente, le chiesi: non è troppo sexy? E lei: no, sei stupenda. Invece gli insegnanti lo giudicarono scandaloso e mi cacciarono dal ballo.

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Mia madre mi trovò in lacrime, umiliata e confusa. Da giovanissima, tante volte ho provato vergogna per le reazioni che suscitava il mio fisico e ho maturato un senso di sfida: nessuno poteva dirmi cosa potevo fare e cosa no. Quando ho iniziato a fare la modella, a guadagnare con la mia bellezza, mi sembrava una forma di rivincita, ma naturalmente la situazione era più complessa di come pensavo».

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Come si sentiva in quella situazione complessa che stava vivendo: «Ho un seguito di milioni di persone e, tra pubblicità e campagne, ho guadagnato più di quanto mia madre, professoressa di inglese, e mio padre, insegnante di disegno, potessero sognare in una vita. Ma la verità è che mi sono sentita sfruttata e sminuita. Nei giorni buoni, quando mi sentivo giudicata solo come un bel sedere, riuscivo a liquidare quegli sguardi come sessisti. Nei giorni bui, detestavo me stessa e ogni decisione presa mi sembrava un errore clamoroso. A vent’anni, non capivo che le donne che traggono potere dalla bellezza devono quel potere agli uomini di cui suscitano il desiderio. Sono loro a esercitare il controllo, non noi. Oggi mi chiedo: ho autonomia, ma posso chiamarla emancipazione? Se ripenso ad alcuni episodi, provo vergogna per come mi è capitato di presentarmi, pensavo di essere provocatoria verso il sistema, ma non comprendevo appieno le dinamiche di potere. Però non ho rimpianti, devo fare qualche concessione alla ragazzina che ero».

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«Hai un bisogno così disperato di approvazione da essere disposta ad accettare anche la mancanza di rispetto. Pensi solo che tutto il mondo ti dice che devi essere bella e che se sei bella hai potere, e non sai che quel potere non è tuo».

Un'autobiografia che ha un obiettivo ben preciso: «Non direi mai a una giovane di non intraprendere la carriera da modella. Ho scritto questo libro per portare una testimonianza, non una soluzione. Purtroppo». 

E adesso che è 'grande' ripensa alle insicurezze del passato: «Mi sono chiesta se ho incoraggiato i fotografi che ci hanno provato con me o se avrei dovuto denunciare Thicke quando, girando quel video, mi afferrò i seni. Lo respinsi, ma a chi mi chiedeva se stavo bene, risposi con un sorriso, per sdrammatizzare. Pensai che, dopotutto, era il capo. E non denunciai Owen, il mio primo ragazzo, che abusò di me. Quando, tempo dopo, seppi che era stato denunciato per stupro da un'altra ragazza, mi chiesi: perché lei ha avuto il coraggio e io no? Avrei voluto essere come lei, ma incolpavo me stessa, il mio corpo. Ho scritto questo libro non per accusare qualcuno, ma per provare a capire perché noi donne accettiamo certi comportamenti e perché gli uomini si trovano a ferire una donna anche inconsapevolmente. Ma tutto è più grande di ciò che accade alla singola giovane donna o al singolo uomo anziano. È una cultura che permea tutto».

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