Da Emmanuel ad Alika, quando la storia si ripete

Da Emmanuel ad Alika, quando la storia si ripete

di Sauro Longhi
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Lunedì 1 Agosto 2022, 12:47

Avrei voluto parlarvi di università, delle potenzialità che può offrire ai più giovani, delle trasformazioni in atto, ma purtroppo un evento tragico ha preso il sopravvento. Già ieri don Aldo Buonaiuto, su queste colonne ci ha fatto riflettere su questo assurdo crimine, ora vi propongo le mie considerazioni. Alika Ogorchukwu è stato assassinato senza essere difeso solo perché aveva la pelle nera. Era in Italia da 16 anni, era sposato e padre di un bambino, lavorava come ambulante. Un crimine commesso nell’indifferenza dei presenti che hanno assistito non facendo nulla per impedire l’omicidio. Una storia molto simile a quella accaduta sei anni fa a Fermo. Emmanuel Chibi Namdi, anche lui nigeriano, fu ucciso in una rissa con un ex pugile marchigiano. Emmanuel, in fuga dai terroristi jihadisti di Boko Haram era stato accolto nella Comunità di Capodarco di Fermo insieme alla sua compagna, morì mentre difendeva la donna dagli insulti razzisti del suo aggressore. Ma le Marche sono razziste? Quando assistiamo a fatti di questa gravità con la colpevole indifferenza dei presenti la domanda deve porsi. In quegli interminabili minuti cosa facevano i presenti mentre l’assassino a mani nude strangolava Alika? Perché non sono intervenuti? Forse il clima sociale esasperato negli ultimi anni contro chi viene da paesi lontani ha reso possibile un crimine così assurdo nella strada principale di Civitanova Marche. La paura del diverso, l’indifferenza ai bisogni dei più deboli, il razzismo verso chi ha un diverso colore della pelle. Non conosciamo ancora la storia di Alika, ma Emmanuel era un profugo che scappava da una guerra per trovare asilo in Italia, come le tante persone che stanno fuggendo dall’Ucraina, ma a lui e alla sua compagna non è stata mostrata la stessa legittima solidarietà data ai tanti profughi ucraini. O sbaglio? Riflettiamo su queste differenze per capire se il razzismo sta attecchendo anche nelle Marche. I flussi migratori nascono per sfuggire alle guerre, alla povertà, ai cambiamenti climatici, per contenerli non servono muri o filo spinato, ma l’eliminazione delle cause. Quando la guerra smetterà in Ucraina, quel flusso migratorio si interromperà. Se la siccità prodotta dai cambiamenti climatici nel continente africano scomparirà i flussi migratori da quel continente si ridurranno. Se le diseguaglianze, le povertà assolute non verranno cancellate i flussi migratori non si interromperanno perché in tanti cercheranno di scappare per trovare una vita migliore in paesi lontani. Basti pensare a quanti minori non accompagnati attraversano il Mediterraneo. Vi ricordate la speranza di quel ragazzino, morto nel più grande naufragio di migranti nell’aprile del 2015, che aveva cucita nella giacca la propria pagella? Voleva continuare a studiare e portava con sé, come un tesoro, i voti che aveva ricevuto dalla sua scuola in Mali. Dove sarà Chinyery la moglie di Emmanuel? Voleva continuare a studiare Medicina, in Nigeria era iscritta al secondo anno, ma dovette scappare dopo l’uccisione del figlio per mano dei terroristi del Boko Haram. Che futuro avranno la moglie ed il figlio di Alika? Spero che incontrino una sincera solidarietà che le Marche nel passato hanno dimostrato di possedere. Una larga parte della nostra società fonda le proprie radici nella mezzadria, che richiedeva tanta solidarietà: ci si aiutava a vicenda nei lavori più impegnativi. Solidarietà che ha favorito la nascita dei tanti movimenti cooperativi nel commercio, nella produzione, nei servizi e che hanno reso riconoscibile le Marche come regione attenta ai valori sociali. Una solidarietà che ha favorito la crescita economica della Regione con una diffusa imprenditorialità rispettosa delle persone come tante volte richiamato dal più noto dei nostri economisti: Giorgio Fuà. Eppure, nessuno è intervenuto a Civitanova in quei lunghissimi quattro minuti per evitare l’assassinio di Alika. Chiediamoci cosa avremmo fatto noi se ci fossimo trovati li. Cosa avrei fatto io? Non avrei fatto morire una persona senza intervenire. Così ha fatto un barista a Recanati la stessa sera salvando un giovane di origini marocchine dall’aggressione omicida di un recanatese. 

* Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, Facoltà di Ingegneria Università Politecnica delle Marche

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