La crescente assuefazione al disagio sociale diffuso

La crescente assuefazione al disagio sociale diffuso

di Rossano Buccioni
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Martedì 9 Agosto 2022, 01:30

Due condizioni di disagio estremo sono venute tragicamente a contatto sull’ormai celebre marciapiede di Civitanova Marche: da un lato il disagio esistenziale di quelle che il filosofo Alessandro Dal Lago definiva non-persone, nel senso di esseri umani privati di competenze comunicative e mancanti di teatri performativi complessi (diritto di scelta, mobilità sociale positiva, ecc.); dall’altro il disagio psichico di un uomo con seri disturbi della personalità, incapace di opporre un freno inibitorio ai guasti provocati dalla consapevolezza di non riuscire ad assimilare in termini di piena soggettivazione la pressione imposta – in modo sostanzialmente inconscio – dai modelli vincenti della società-mondo.

Il TSO di un anno fa era stato l’ennesimo tentativo di omogeneizzare vicenda biografica e competenze sociali, cercando strade medicalmente assistite per ovviare all’insuccesso del percorso di interiorizzazione di un mondo che Ferlazzo odia in profondità. Una condizione di disagio andrebbe interpretata a fronte di quella di agio e padronanza di sé della persona “normale”, ma a Civitanova i c.d. normali erano quelli che assistevano all’aggressione riprendendo l’omicidio con i telefoni. Tuttavia, nei commenti piuttosto variegati alla vicenda, in pochi hanno sottolineato che tutti noi ormai apparteniamo a quella che lo psichiatra francese Alain Heremberg ha perentoriamente etichettato come società del disagio, convincimento a dir poco tempestivamente confermato da un’altra, furibonda, lite scoppiata qualche ora dopo a pochi metri dal luogo dell’uccisione di Alika Ogorchukwu. La filosofa Francesca Rigotti sostiene che stiamo transitando dall’era dell’individualismo a quella del singolarismo, dove un numero sempre maggiore di persone, spesso inconsapevoli di far parte di una tendenza, non si aspetta più il generale, ma sempre lo speciale, in ogni contesto esperienziale e di relazione. I protagonisti della tragedia in oggetto non avevano compiuto questo passaggio restando indietro rispetto ad un certo orizzonte socializzativo standard.

Nella nostra società la sostituzione dei significati con le funzioni fa essere le persone facilmente avvicendabili, eliminando la matrice identitaria della coincidenza tra unicità di un corpo-cervello-mente e sua specifica vocazione nel mondo. La balbettante consapevolezza di questa profonda metamorfosi che viviamo scatena violenza ed aggressività, con gli incontri che possono diventare ovunque scontri, fortuiti e fatali. In condizioni di complessità tali da garantire ancora una certa corrispondenza tra il sociale e lo psichico, dove l’ambito sociale poteva configurarsi come la somma espressiva di molteplici manifestazioni dello psichico, il disagio testimoniava la sottrazione di una traiettoria di vita alle dimensioni di senso statuite in appartenenze identitarie stabili. Ma nell’ultimo cinquantennio, le forme di socializzazione non riescono più a garantire la permanenza nel sociale di una qualche capacità di corrispondenza con gli universi psichici. Il sociale si evolve e va per la sua strada e lo psichico diventa una specie di zavorra che mantiene l’umano in una dimensione di sofferenza implicita e di limitata manovrabilità verso mete ulteriori, quelle cui tendere per corrispondere allo spirito del general intellect (web society). Lo psichico si riduce ad un piano coscienziale di rinuncia al perfetto allineamento dell’essere umano al progetto funzionale puro espresso dalla società evanescente di mercato. Ferlazzo non è riuscito a reprimere la rabbia derivante dal suo scarso allineamento e questa cosa gli ha sempre creato enormi problemi. Di scarsissimo allineamento - anche se in condizioni sociali opposte - pativa pure la vita di Ogorchukwu; il resto è cronaca e ridondanza. Alla fine è la solita guerra tra poveri – di effetti inclusivi e non - combattuta nella vana rincorsa di una macchina sociale troppo veloce per chi è costretto a viverci dentro. Inermi mosche del capitale – come titolava lo scrittore Paolo Volponi – che si schiacciano tra loro non potendo impedire l’asfissia esistenziale che le imprigiona. Lo intuì Immanuel Kant che scrisse ben tre critiche per segnalare la vacuità di una osservazione filosofico-sociale della civiltà europea ancora in bilico tra valori fondativi e differenziazione sociale spinta. Fu lo stesso per Friederich Nietzsche, che impazzì non tanto per la sifilide, ma per aver presagito le colossali conseguenze della movimentazione moderna che la condizione umana avrebbe subito a partire dalla cancellazione dell’antropologia del limite. Karl Marx, intuendo alla lettera le conseguenze della trasformazione del mondo in una enorme distesa di merci, parla di un essere umano consegnato alla dittatura dei dispositivi che egli stesso crea. Sappiamo da tempo che gli incubi di Kant, Nietzsche e Marx sono diventati il nostro mondo normale - è Freud a ricordarcelo - quello della società globale, dove la logica è: tutto funziona perché funziona, non perché debba avere un significato. Nella nientificazione del limite tra la vita e la morte e tra l’essere ed il nulla, basta una parola o uno sguardo di troppo per innescare la furia omicida che avvinghia oscenamente vittima e carnefice. Le grida soffocate dell’uomo sul selciato di Civitanova fanno il paio con il tonfo anonimo dei corpi delle due ragazze alla stazione di Riccione, in un micidiale ritorno del fortuito a decidere tante vicende umane, proprio nell’epoca della sofisticata previsione dell’agire. Caso e velocità che diventano cifre espressive della civiltà tardo-moderna, divorando i nostri sogni e condizionando irreparabilmente i desideri, costantemente anticipati nella loro qualità umana dalla pre-comprensione sociale dell’esistenza.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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