L'imprenditore Francesco Trapani: «Un polo del lusso per sostenere gli artigiani dell'eccellenza»

Francesco Trapani
Francesco Trapani
di Giusy Franzese
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Mercoledì 3 Marzo 2021, 12:36 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 15:22

Ha avuto ruoli di vertice nei grandi gruppi della moda e del lusso: Bulgari, Lvhm, Tiffany. Contribuendo in modo rilevante al loro successo. Poi è entrato nel mondo dei fondi di investimento come azionista e vice presidente esecutivo di Tages Holding e del private equity come chairman di Vam Investment. In questo contesto Francesco Trapani, 63 anni, ha lanciato la sua ultima sfida: creare un polo delle eccellenze artigianali in Italia, partendo dall’abbigliamento, in grado di competere a livello globale. Il veicolo è la holding Florence spa, costituita a ottobre 2020: in portafoglio per ora ci sono tre aziende. Presto ne arriveranno altre.

Trapani, i settori moda e lusso sono stati molto colpiti in Europa dalla crisi. A dicembre si sperava in un recupero già dal primo trimestre di quest’anno, ma la terza ondata di contagi Covid ha cambiato i programmi di ripresa. Cosa prevede per l’intero 2021?

«Parliamo dei grandi marchi: avevano cominciato il 2020 in modo molto positivo, il secondo trimestre è stato disastroso, nel terzo c’è stato un recupero e quello finale non è andato male, trainato dalle vendita straordinariamente buone in Asia e soprattutto in Cina. Adesso le cose vanno relativamente benino, io credo che nel secondo semestre andrà ancora meglio e i grandi marchi chiuderanno il 2021 con risultati migliori rispetto a quelli del 2019».

Prospettive positive anche per i gruppi più piccoli e meno forti sui mercati asiatici?

«No, le aziende meno globali e più deboli purtroppo hanno bisogno di più tempo. Con la crisi si è allargata la dicotomia tra i grandi brand più organizzati e meglio gestiti e le piccole imprese».

Dietro ai grandi gruppi in questo settore quasi sempre c’è il lavoro dei contoterzisti. In Italia si tratta di piccole aziende che fanno prodotti di grande qualità. La crisi da Covid ovviamente ha colpito anche loro. Lei con il progetto Florence ha aggregato tre piccole realtà ed è in trattative per altre. Pensa di realizzare una sorta di polo delle eccellenze artigianali?

«Si infatti, pensiamo proprio a un polo che raccolga le eccellenze e faccia leva sui punti di forza per rispondere meglio alle esigenze del cliente. Le aziende comprate finora dalla holding Florence sono tutte largamente in profitto e nel 2020 hanno anche migliorato i loro conti. Sono imprese molto flessibili che riescono a fornire prodotti di grandissima qualità».

Quali sono i vantaggi a unirsi in un gruppo?

«Sono aziende piccole e potrebbero avere qualche fragilità finanziaria. Se dovesse accadere, la holding, che possiede il cento per cento di queste società, può intervenire. Inoltre il cliente, ovvero il grande brand, chiede garanzie e certificazioni dal punto di vista della sostenibilità per evitare contraccolpi sulla sua reputazione. E quando si è piccoli è difficile fornire queste certificazioni. A livello di gruppo è più semplice. A ogni unità spetta conservare il rapporto con il cliente intatto, garantendo quindi qualità, prezzo competitivo e flessibilità».

Che fine hanno fatto i vecchi proprietari delle tre società? Immagino fossero aziende familiari.

«Una parte dei soldi incassati dalla vendita, li hanno reinvestiti in Florence, diventandone quindi azionisti. La gestione della singola azienda è rimasta in mano ai capifamiglia».

Per ora è solo abbigliamento, si allargherà ad altro?

«Adesso stiamo facendo acquisizioni per coprire tutte le nicchie dell’abbigliamento. Mi spiego: delle tre aziende già coinvolte nel gruppo, una fa capispalla, una maglieria e una abbigliamento in pelle. Stiamo guardando altre aziende che producono denim, jersey, abbigliamento casual e altro. Non escludo però che in futuro potremmo cogliere opportunità interessanti anche nelle calzature e nella borsetteria».

Uno degli effetti del Covid sul settore moda è sul magico mondo delle sfilate. New York, Londra, Milano, Parigi: niente più eventi dal vivo con i vip che fanno a gara per procurarsi un posto nelle prime file, ma collezioni “digitali” con visioni in diretta streaming. Solo un fenomeno passeggero, legato appunto alle restrizioni per contrastare la pandemia, oppure resterà la modalità prevalente anche in futuro?

«La pandemia ci ha costretto a casa e ci ha abituato a fare tutto online. Credo che una parte di questa abitudine rimarrà, ma nel campo della moda e del lusso sarà un mix. Le sfilate tradizionali riprenderanno. La fisicità tornerà a essere preponderante, con gli eventi, gli incontri con i grandi clienti, con la stampa, con le celebrity. L’online diventerà invece sempre più importante come canale di vendita».

La crisi economica ha aumentato le disuguaglianze. Crede che sia anche un effetto collaterale inevitabile del progresso, oppure c’è modo per contrastare questa tendenza che divide sempre di più il mondo in due: i tanto ricchi e i molto poveri?

«È un discorso complesso. Chi ha investito nei mercati finanziari nel 2020, che dopo il primo spavento sono andati bene, ha guadagnato. Chi non aveva risorse per investire e viveva solo del suo lavoro con la pandemia si è trovato in difficoltà. Comunque tanti settori produttivi non sono stati toccati dalla pandemia. Certamente i lavori che richiedono scarse qualificazioni, sono quelli che hanno sofferto di più. La chiave per uscirne è puntare sul miglioramento delle competenze professionali».

Quale specializzazione consiglierebbe a un giovane?

«Le skill di base premianti sono: conoscenza della matematica, conoscenza della tecnologia e conoscenza della lingua. Questi requisiti non possono mancare. Poi vedo due grandi aree di successo per il futuro: il business soprattutto nella tecnologia e nel lusso, e l’area della creatività».

Meglio puntare su un lavoro dipendente o autonomo/imprenditoriale con il lancio di una start-up?

«Le start-up che hanno successo sono meno dell’1%. Io direi che all’inizio è preferibile acquisire delle competenze lavorando per imprese già consolidate, e poi magari dopo sette-otto anni se si ha un’idea vincente cercare di farne una start-up».

Restare in Italia o andare all’estero? Magari nella vecchia cara Londra, dove tra l’altro attualmente lei vive, nonostante la Brexit?

«Un’esperienza all’estero, anche di studio, apre la mente. È importante. Se poi si vuole lavorare nel mondo della finanza, al di là di altre considerazioni, le città da considerare sono sicuramente New York o Londra».

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