«Il mio scrivano è un alieno» ​Leo Gullotta salirà sul palco dell’Alaleona di Montegiorgio e poi a Tolentino

Leo Gullotta
Leo Gullotta
di Chiara Morini
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Venerdì 18 Febbraio 2022, 09:46

MONTEGIORGIO - Ha 55 anni di carriera artistica alle spalle ma, più che attore, lui preferisce chiamarsi inteprete: Leo Gullotta, con “Bartleby lo scrivano”, salirà sul palco del teatro Alaleona di Montegiorgio il prossimo mercoledì 23 febbraio alle ore 21 (info: 0734 952067), per poi tornare nelle Marche l’11 marzo, al Vaccaj di Tolentino.


Leo Gullotta, lei sarà Bartleby, la cui storia è ambientata nell’800, ma che sembra scritta per l’oggi, non trova?
«Si apre con il tran tran del lavoro a Wall Street, la vita scorre normale in una società laboriosa. Sembra parlare con il linguaggio dei nostri tempi: Bartleby è lo scrivano, a un certo punto dice no, si isola, diventa quasi un “alieno”. E mi piace paragonare questa storia all’altra scritta da Melville, due anni prima, “Moby Dick”».

 
Come si può paragonare Moby Dick a Bartleby?
«Il paragone è molto semplice: l’ufficio è come la barca di Moby Dick, e Bartleby, che scuote il potere conformista, sembra quasi la balena».


Quanto è stimolante per lei questo ruolo?
«Moltissimo. Bartleby è il protagonista di questa commedia drammatica, e fa venir fuori il conformista che è in tutti noi. È una figura anomala, che a un certo punto quando gli si chiedono le cose dice “Avrei preferenza di no”. Inizia a dire no con coraggio mettendoci la faccia».


Quale il messaggio? 
«Le rispondo con una domanda: “Tu, spettatore, hai mai fatto una scelta veramente profonda nella tua vita?». 


Dove troverebbe spazio, oggi, Bartleby? 
«In ogni ambito lavorativo. Oggi si corre, si lavora, si compra, si segue l’onda, nessuno pensa alla vita: si gioca, si lavora, si sta col telefono in mano. La pandemia ha fatto scoprire i cinismi, la paura di non volersi informare». 


La pandemia, quanto ha fatto male al teatro e allo spettacolo? 
«Tanto. Il “politico”, tra virgolette, non conosce la macchina dello spettacolo, le difficoltà di 80mila famiglie, con pochissimi sostegni, pur avendo chiuso per primi. A Roma stanno chiudendo molte sale, ma di buono c’è che siamo qui, pronti ad andare avanti». 


Cosa funziona? 
«Il fatto che siamo pronti a riaprire i teatri. Io nella fattispecie, sono contento di essere tornato con questo spettacolo». 


Torna nelle Marche, era mai stato a Montegiorgio? 
«Le Marche sì le conosco, terra di splendidi teatri molto ben curati. A Montegiorgio no, non ero mai stato, in 55 anni di carriera».

 
Cos’è per lei il teatro? 
«Un luogo dove si fa comunità, si pensa, dove si ride, dove si riflette. Si va a teatro per emozionarsi, per tornare a casa con un pensiero, per scoprire i propri “fantasmi” nascosti e crescere. Proprio come fa Bartleby, che tira fuori il fantasma del conformismo». 


Il teatro è spettacolo dal vivo, ci può essere armonia, secondo lei, con gli altri settori, cinema e tv?
«Il teatro, così come cinema e televisione fanno bene all’anima, e l’armonia la facciamo noi attori. L’attore deve conoscere tutti i linguaggi, è interprete del ruolo e della storia di turno. Io stesso sono un interprete, e cerco di seguire quello che devo fare, non esiste il me stesso sul palco, o dietro una telecamera, una macchina da presa».


Dalla comicità con il Bagaglino ai ruoli drammatici lei ha fatto di tutto: cosa preferisce?
«Intanto per fare un varietà come il Bagaglino, ci voleva l’esperienza della commedia, e io ci sono arrivato dal teatro. Quello che preferisco fare? Ciò che permette di stuzzicare, di donare allo spettatore un personaggio che lo stimoli al pensiero».

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