Michele Placido in scena con Goldoni: «Le fake news esistevano già nel Settecento. Che bello i teatri pieni»

La bottega del caffè di Goldoni con Michele Placido stasera alle Muse
La bottega del caffè di Goldoni con Michele Placido stasera alle Muse
di Chiara Morini
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Giovedì 28 Ottobre 2021, 16:45

ANCONA - Michele Placido, questa sera con “La bottega del caffè”, inaugura la stagione di prosa al teatro delle Muse di Ancona. Cosa pensa del suo personaggio Don Marzio?
«È un personaggio straordinario. Goldoni ha fatto una sorta di riforma teatrale. Non c’erano più le maschere, ma le persone. Borghesi, il popolino, nobili o presunti tali, come Don Marzio: una figura colta, rappresentativa, e molto critica. Goldoni era come un avvocato. In questo piccolo campiello veneziano, dove si svolge la storia, Don Marzio finisce come in tribunale: accusato, dice “ho detto solo la verità”».

 
Secondo lei perché molti lo considerano un anti-eroe?
«Di certo lui non rappresenta il personaggio positivo. Qui ne “La bottega del caffè”, il positivo, o meglio direi il personaggio buono, quello che potremmo chiamare eroe, è un altro, Ridolfo, che mette pace, va contro al tavolo di gioco. Perché nella storia ci sono personaggi, vizi, denaro, un posto come tanti, con persone comuni, ci sono pure prostitute. Una città ricca, all’epoca, come ricco era il mio personaggio, Don Marzio. Ecco lui guarderà tutto, interagirà, ma poi finirà male».


Il testo ha più di 250 anni, e non li dimostra. Tra amori, gioco e pettegolezzi, quanto è attuale secondo lei?
«Tantissimo. Come del resto lo sono sempre le opere degli autori classici, che scrivono nel loro determinato periodo storico, il ‘700 per Goldoni, ma poi sembrano testi contemporanei. Nella storia goldoniana che portiamo in scena, si parla di notizie che nel 60% sono fasulle. Il popolino della commedia finisce, inevitabilmente, per ingigantirle: non le sembra che questa sia la descrizione delle fake news di oggi?».


Quanto alle fake news, e qui parliamo della realtà contemporanea, quanto contribuisce il web a peggiorare la situazione?
«Oggi la rete può arrivare a rovinare carriere solo per un sentito dire. Qui non cito nessun caso o personaggio, possono esserne colpiti tutti: dai politici agli artisti a molti altri. Spesso si parte da una voce e si spara a zero: sembra che si goda delle disgrazie altrui».


Un mondo particolare. Quanto e come stanno cambiando il cinema e il teatro?
«Cambiano le forme e i linguaggi, tra l’uno e l’altro. Al cinema un tempo le pellicole si vedevano solo nelle sale. Oggi si frequentano di meno, crescono le serie Tv, anche americane, le fiction, e il grande schermo diventa piccolo. Oggi i film, come l’ultimo di Sorrentino che esce fra poco, dopo pochi giorni in sala arrivano sulle piattaforme. Il teatro, invece, è diverso. La gente va volentieri, l’ho visto con le date di questo spettacolo che presentiamo ad Ancona: prima siamo stati a Verona, Trieste, Udine, sempre sold out. Il pubblico ha voglia di aggregarsi, di avere accanto non più una sedia vuota, ma una persona. Vuole riscoprire il bello di vedere lo spettacolo e poi fermarsi a parlare e commentarlo. Questi ultimi due anni sono stati difficili, ma è bello vedere che in 15 giorni di 100% sta tornando tutto alla normalità».


A cosa è più affezionato della sua lunghissima carriera?
«Nel periodo recente, come regista, al nuovo film su Caravaggio che uscirà il prossimo anno. Ma in precedenza anche a serie come Romanzo Criminale: ha fatto scuola, poi sono uscite molte altre serie, che hanno reso famosa l’Italia all’estero. Si pensi a Gomorra. Come attore, poi, non posso non ricordare i registi del calibro di Monicelli o Bellocchio».

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