Pesaro, il rappresentante del Getty
«La statua non è opera di Lisippo»

Memorie di Getty in Tribunale
«Trattò per il Lisippo
ma l'acquisto era legale»
PESARO - Ha idealmente aperto le pagine del diario di Jean Paul Getty. Quelle in cui il petroliere e fondatore dell’omonimo istituto d’arte scriveva passo per passo la storia dell’acquisto dell’Atleta vittorioso, la statua bronzea greca ripescata nel 1964 nelle acque dell’Adriatico e ora esposta in California.

E’ arrivato dall’America il responsabile del J. Paul Getty Trust, Stephen Clark, per deporre nel procedimento di opposizione del Getty Museum alla confisca della statua per esportazione illecita dall'Italia. «Getty aveva un diario in cui annotava tutto - ha dichiarato Clark -. Oggi è disponibile online per intero, la grafia è difficile da capire, ma sono le sue memorie. La statua appare per la prima volta nel diario nel 1972, offerta a 3,5 milioni di dollari».

Getty tergiversò e voleva essere sicuro «che si potesse acquistare legalmente». La statua era già stata al centro di un processo a Perugia ai danni dell’antiquario Barbetti di Gubbio che acquistò l’opera da Pirani e Ferri, due suoi parenti e un prete che la custodiva nella canonica. Furono assolti con formula piena dopo un primo pronunciamento della Cassazione che rispedì il caso alla Corte d’appello. L’opera finì in mano al commerciante d’arte tedesco Heinz Herzer che la acquisì tramite la società Artemis.

«Getty era anche pressato dal Metropolitan Museum che voleva acquisire l’opera congiuntamente al Getty stesso - ha sostenuto Stephen Clark -. Ma Jean voleva comprarla da solo. Gli unici dubbi di Getty riguardavano a questo punto il prezzo, così mandò un suo emissario a Monaco per offrire 2,75 milioni di dollari, non un penny in più. Ma non c’era alcun ostacolo all’acquisto in maniera del tutto legale. I timori riguardavano l’autenticità dell’opera, ovvero che fosse una statua greca e non una copia romana».

Il 1973 è un anno chiave e che secondo Clark spiega «perché Getty non abbia acquistato l’opera». Questo per chiarire che il magnate non aveva dubbi sulla legittimità dell’operazione ma era distolto da altro. Clark ha spiegato che «nel 1973 morì il primogenito di Paul e il nipote fu rapito a Roma». Un caso alla ribalta internazionale visto l’orecchio mozzato per la richiesta di riscatto. Ma fu anche l’anno della crisi petrolifera per la guerra in Arabo israeliana e il conseguente embargo. «Non se ne fece nulla, Getty aveva altri pensieri e non era convinto del prezzo». 

L’opera fu pagata 3,95 milioni di dollari l'anno dopo la morte di Jean Paul Getty, dall'istituto d'arte da lui fondato che porta il suo nome. L’avvocato per conto del Getty, Alfredo Gaito, ha tenuto un’arringa molto tecnica richiamando la sentenza della Cassazione che «non disse che la statua era un bene dello Stato italiano». E ha rimarcato come «il ministero durante i processi a Gubbio non si costituì parte civile e non dimostrò interesse per l’opera. Una rinuncia tacita alle proprie prerogative ablatorie». Concetto rimarcato dall’avvocato Emanuele Rimini: «Non esiste un titolo di proprietà da parte dello Stato italiano».

L’avvocato non ha finito la sua arringa, quindi, in maniera inattesa, l’udienza è stata aggiornata al 15 dicembre, quando ci sarà anche una replica del pubblico ministro Silvia Cecchi che ha già chiesto la conferma della confisca, insieme all'avvocato dello Stato, Lorenzo D'Ascia, che rappresenta il Ministero dei beni culturali.

Infine, nella sua deposizione, il responsabile del Paul Getty Trust, Stephen Clark, ha sottolineato più volte come la statua, databile tra il 300 e il 100 avanti Cristo, non sia di Lisippo, ma di un artista greco sconosciuto. Un’attribuzione che compare anche sul sito del museo. 
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Sabato 21 Ottobre 2017, 10:58 - Ultimo aggiornamento: 21-10-2017 10:58

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