Test sierologici Covid-19 e "patente" di immunità: le aziende ci credono ma in ordine sparso

Test sierologici Covid-19 e "patente" di immunità: le aziende ci credono ma in ordine sparso
Test sierologici Covid-19 e "patente" di immunità: le aziende ci credono ma in ordine sparso
di Francesco Romi
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Venerdì 17 Aprile 2020, 11:36

ANCONA - Avanti in ordine sparso con l’obiettivo di riaprire le fabbriche garantendo a tutti i lavoratori, oltre che il rispetto delle 3D (distanziamento, dispositivi di sicurezza, disinfezione degli ambienti, ndr.) anche un test sierologico per testare velocemente la presenza degli anticorpi sviluppati dal sistema immunitario dei dipendenti in caso di infezione da Coronavirus.



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In ordine sparso sulla rete, alla ricerca – anche su Alibaba - delle offerte più convenienti, visto che il kit oscilla sul mercato tra 15 e 20 euro, forchetta molto ampia se proiettata al numero dei dipendenti da testare, del marchio e del riconoscimento dalle autorità sanitarie italiane CE IVD. In ordine sparso perché, ad oggi, manca un protocollo regionale (ma saranno attivate due commissioni), né ci sono indicazioni definitive trasferite al governo centrale dal Comitato tecnico-scientifico. 
 
L’effetto domino 
Un po’ tutte le più grandi aziende marchigiane, sia quelle mai chiuse che quelle appena riaperte o che si accingono a farlo, si sono organizzate con i test sierologici. E dove sono stati già somministrati, sia pure con percentuali bassissime, sono emersi dipendenti positivi. Qui spunta la prima criticità: il test è una sicurezza per la persona che risulta positiva, perché in questo modo sa di aver sviluppato gli anticorpi e di non contrarre più l’infezione, ma il positivo potrebbe essere ancora portatore di infezione da Covid-19 e quindi un rischio per gli altri. La seconda è legata al margine di errore del test elevato (oscilla tra il 5 e il 7%, ma per quelli distribuiti dalla InnoLiving di Ancona l’affidabilità è ben oltre il 95%); la terza è che le attuali procedure sanitarie riconoscono esclusivamente il referto del tampone. La somma mette in condizione il positivo al test di non ricevere il tampone perché asintomatico e il medico di non esprimere una diagnosi precisa e di certificare l’infezione da coronavirus. Di conseguenza, il lavoratore finirebbe a casa in isolamento volontario senza il riconoscimento del massimo livello di retribuzione, perché la sua assenza non sarebbe formalmente imputabile a malattia. 
Tra durata e costi 
Una situazione paradossale, che potrebbe ricominciare nuovamente se, rientrando in azienda dalla quarantena e rifacendo il test, il lavoratore dovesse trovarsi nelle stesse condizioni di 15 giorni prima. Senza contare che, a prescindere dal tasso di affidabilità del test, è necessario ripeterlo periodicamente, con un investimento medio di un’azienda di 300 dipendenti che potrebbe arrivare ben oltre i 10 mila euro al mese e con un orizzonte temporale non inferiore 9 mesi. «Con le nostre aziende ci comportiamo da consulenti e non ispettori: a loro diamo direttive che devono essere commisurate al livello di rischio», spiega Ezio Granchelli, vicepresidente di Stone, società di Monteprandone che si occupa di sicurezza per 2.500 aziende italiane, mille delle quali nelle Marche. «Agli imprenditori stiamo ricordando che non si parla dei test sierologici nei protocolli finora approvati e che solo un test non è una prova decisiva per l’ingresso in fabbrica – dice ancora – ma certamente serve a dare un elemento in più alla sanità pubblica per individuare le criticità e successivamente trattarle, possibilmente in intesa con le Asl, il Ssn o le Regioni». 
Voglia di riaprire 
Alla Vetrotec di Vallefoglia, riaperta da mercoledì ma solo per ritiro e consegne delle merci a stock, hanno fatto test rapidi a tutti i dipendenti, un centinaio: «Volevamo far sì che i nostri collaboratori fossero tranquilli e abbiamo dedicato un servizio per quella che consideriamo la nostra famiglia – dice Davide Broccoli, responsabile della ricerca e sviluppo e account manager - i test ci hanno aiutato a capire che tutte le procedure di sicurezza del protocollo governo-sindacati che avevamo messo in atto nelle settimane precedenti sono servite». «Non abbiamo la presunzione di sostituirci a comitati scientifici ma comprendiamo benissimo, guardando gli altri Paesi, che l’Italia è indietro sulla tabella di marcia per definire in maniera chiara e univoca il passaggio alla fase due – dice Simone Mariani, presidente di Confindustria Centro Adriatico - abbiamo già un protocollo che ci consente di lavorare in sicurezza, quindi occorre avviare le riaperture lasciando le misure restrittive concentrate solo dove indispensabili. Capiamo i timori, ma non passeranno in due settimane. Il tempo è nostro nemico. Riaprire subito o sarà un’ecatombe». 

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