Don Pisu dopo l’incontro ravvicinato: «Oggi sono “bro”, da piccoli erano qui. Durante il Covid si sono trasformati»

Domenica 19 Dicembre 2021
Don Pisu dopo l incontro ravvicinato: «Oggi sono bro , da piccoli erano qui. Durante il Covid si sono trasformati»

ANCONA - «Io li ho visti crescere qui dentro quei ragazzi. Sono qui da sei anni, erano normalissimi. Poi c’è stato il Covid e davvero non so cosa sia successo. Si sono trasformati». Don Vittorio Pisu, sardo di Sanluri, 51 anni, gli ultimi 6 ad Ancona, è figlio di un pastore del Cagliaritano: sa bene cosa significa lasciare 99 pecore del gregge per cercare quella smarrita come è scritto nel Vangelo. «Me li sono ritrovati belli grossi, palestrati. Con questo desiderio smodato di apparire, misurarsi. Come se volessero presentarsi alla società... non so come dire. Sono ragazzi che cercano una dimensione».
Così quando vengono in oratorio prendono di mira gli animatori.
«Diciamo quelli che devono far rispettare le regole, in generale. Un giorno ci sono finito anche io in mezzo».
È vero che ha urlato contro di loro pretendendo “rispetto”?
«Se la vogliamo mettere su un piano superficiale, questo è stato. Loro insultano, bestemmiano, intimidiscono. Ma se li ho a cuore devo essere fermo e adottare la via del sistema preventivo di don Bosco. Don Bosco ai suoi tempi ogni tanto mollava anche quale ceffone e diceva ai ragazzi che non rispettavano l’oratorio: io non do uno schiaffo a voi ma al demonio che è dentro di voi. Come direttore dell’opera di Ancona con la responsabilità diretta dell’oratorio da diversi giorni ora sono sempre qua in cortile».
E si fermano qui? Avete avuto problemi di furti, aggressioni e violenze?
«No, non ci sono stati episodi avvicinabili a reati».
E dopo l’incontro ravvicinato che è successo?
«Sono tornati come agnellini, come se niente fosse. Si erano dimenticati tutto».
Se la vogliamo mettere su un piano non grezzo?
«Gli insulti e questi atteggiamenti sono una sintomatologia di un malessere interiore. Sono ragazzi che hanno un bisogno clamoroso di paternità, cercano un limite». 
Ha parlato con le famiglie?

«No, ma sa qual è l’aspetto più incredibile della storia? Che le loro famiglie di origine musulmana li mandano all’oratorio cattolico perché lo riconoscono un ambiente sano».
Come si esce da questa storia?
«Io ho informato il mio ispettore (sarebbe il superiore che sovrintende l’attività di tutte le case salesiane del centro italia, ndr). Servono case famiglia, centri diurni e assistenza psicologica». 
La scuola può fare qualcosa?
«Sicuramente, la Dad però in questo quadro ha inciso negativamente. Peraltro se sono sempre in giro tutto il pomeriggio mi chiedo anche come facciamo con i compiti. E sono ragazzi che fanno la scuola calcio: fanno allenamento e quando arrivano qua sono pimpantissimi».
Lei ha sentore anche se girano sostanze?
«Non ho elementi per dirlo. Vedo solo che sono molto carichi, questo sì. E nel desiderio di presentarsi, affermarsi si prendono in giro anche tra di loro. E da lì sentiamo che quello che accade nei loro pomeriggi fuori di qui sugli autobus, in strada, nei negozi».
Incide la componente etnica? 
«No affatto. Per lo più sono di origine straniera ma in mezzo c’è anche l’italiano. E parlano tutti perfettamente dialetto anconetano. Il colore della pelle non cambia le cose: in mezzo al campo sei un “bro” (da brother, in inglese fratello, ndr) e questo li fa sentire al sicuro».
a. t.
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