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La transizione che va di moda e le questioni rimaste aperte

La transizione che va di moda e le questioni rimaste aperte

di Carlo Carboni
4 Minuti di Lettura
Giovedì 13 Gennaio 2022, 10:10

In questi tempi incerti in cui torna di moda il termine transizione - digitale, ambientale, energetica - si coglie facilmente l’irrilevanza della società nel dibattito. Nel caso della transizione ambientale, legata a doppio filo a quella energetica, si parla spesso dei complessi aspetti economici, tecnici e organizzativi che implica, ma non delle sottese problematiche di ordine sociale e culturale. Si riflette poco sulla collisione di questa transizione con le credenze e con le pratiche quotidiane degli individui.

Questo impatto assume, tra gli altri, due versi sociali. Il primo dei due scopre quanti sono esposti e si oppongono a determinate misure eco-energetiche. L’eterogeneità degli interessi in campo favorisce ricadute sociali asimmetriche, che alcune politiche ambientali ed energetiche possono produrre. A esempio, è di questi giorni la notizia che il rincaro del gpl ha dato il via a una rivolta in Kazakistan. Qualcosa di simile era successo anche in Europa, quando due anni fa le banlieue avevano sfidato Macron sul rialzo fiscale dei carburanti. Eppure, nella transizione energetica e ambientale è ragionevole un aumento del peso fiscale e un rincaro del greggio per scoraggiane l’uso a favore del ricorso a energie rinnovabili e pulite.

Tuttavia, senza una seria ricerca di politiche fiscali alternative di mitigazione sociale (Draghi docet), l’opposizione da gruppi sociali è all’incirca scontata. Il secondo dei due versi dell’impatto sociale è che dai comportamenti dei cittadini dipenderebbe almeno il 15% delle soluzioni a favore dell’ambiente e del risparmio energetico. I nostri behavioural changes sono preziosi per la nostra casa comune che è l’ambiente, a sua volta, fondamentale per creare un “noi”, fraterno e solidale. Le istituzioni hanno il compito di dare vita a relazioni virtuose tra politiche sociali e ambientali e tenere in considerazione l’impatto sociale asimmetrico della transizione ecologica con appropriate strategie di accompagnamento dei processi di trasformazione. La complessità eco-sociale emerge anche nel micro, dove appare meno astratta la società e più evidente l’umano.

Due esempi, ce li ho, sotto casa: la controversia su cui si è impantanato il referendum per l’Area Marina Protetta di Ancona e quella prevedibile per la promozione del Conero a Parco Nazionale. Entrambi sono più o meno vincolati dagli obiettivi del Green Deal europeo (2019) che, fra l’altro, prescrive la protezione del 30% delle coste marine entro il 2030, tra 8 anni. Entrambe le questioni sono esposte a un’eterogeneità sociale in grado di produrre asimmetrie umane e sociali. A esempio, al pescatore subacqueo che si oppone all’Area Marina Protetta (io sono per il sì) rispondo che anche io ho rinunciato a fumare comodamente una sigaretta dopo pranzo, seduto al ristorante. Ora non mi manca. Del resto, posso fumare in casa mentre scrivo questo articolo, come anche lui potrebbe fare pesca subacquea poco fuori dallo specchio protetto. Darei risposta analoga al diportista, che con l’Amp vedrebbe una sua consuetudine appena complicata da un’autorizzazione da ottenere.

Concluderei: è in ballo la difesa della nostra casa comune - non quella astratta, ma proprio sotto casa- che giustifica piccole rinunce. Il Parco, la cui spesa corrente e per investimento è calata negli anni del 60%, comporta un discorso simile (troppa sottovalutazione delle aree di pregio e troppa tolleranza alla presenza di ecomostri costieri). Il Parco Nazionale del Conero susciterebbe reazioni asimmetriche, in un quadro di elevato flusso turistico e d’intensa antropizzazione del territorio.

Nel Parco, convivono aspettative e interessi legittimi da armonizzare. Le istituzioni locali – schierate sulla carta per la transizione ambientale- dovrebbero far questo, dare risposte meno fumose delle mie. A esempio, in presenza di una controversia, tanto complessa quanto banale, sulla formulazione del quesito per il referendum sull’Amp, soprattutto dopo la recente bocciatura da parte della Commissione comunale incaricata, c’è necessità di una mediazione tra le parti che, forse potrebbe coinvolgere persone esperte, in grado di depoliticizzare e mitigare il conflitto tra amministratori e un comitato referendario che rappresenta quel sentiment della “casa comune” di cui scrivevo poc’anzi.

È una delle soluzioni scelte dai localismi nord-europei in tema d’ambiente e d’energia. È altrettanto importante che le istituzioni locali ascoltino l’umore dei cittadini e un mezzo per farlo è il referendum. Con l’Amp, diportisti e pescatori subacquei incorreranno in piccole rinunce, ma le istituzioni possono alleviarle con risposte concrete per favorire abitudini diverse. Quanto alla trasformazione in Parco Nazionale, Silvetti, presidente del Parco Regionale del Conero, ha lanciato un sasso nello stagno dei poteri di veto delle amministrazioni locali. La cosa più tediosa è riscontrare che esse fanno orecchie da mercante. Lo stagno non favorisce i behavioural changes di cittadini e istituzioni, essenziali per la transizione ambientale: è il cinismo del rinvio e del non decidere, foriero di promesse mancate e di confusione eco sociale. 

* Sociology of entrepreneurship Univpm

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