Erica e la vita dopo il Covid: «Sono passati 7 mesi, ma il mio corpo non è più lo stesso»

Giovedì 29 Luglio 2021
Erica Randi, 27 anni

TRIBANO - «Long Covid symptoms, sintomi del lungo Covid. Alla fine è arrivata la diagnosi. Dopo tutti questi mesi. Un nome assurdo per riassumere mesi di fatica, paura, ansia e attesa. Attesa che tutto passi. Attesa che tutto torni alla normalità. Attesa che io finalmente torni a sentirmi davvero io». Erica Randi, 27 anni, di Tribano, si sfoga raccontando gli strascichi che il Coronavirus ha lasciato sul suo corpo e sulla sua mente. Si è ammalata nel novembre scorso, risultando positiva al tampone per 70 lunghissimi giorni.

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Con l'aggravarsi delle sue condizioni cliniche, è stata anche ricoverata a Schiavonia. A gennaio è tornata alla sua quotidianità, riprendendo a lavorare per un noto marchio che produce principalmente selle e scarpe da ciclismo, ma qualcosa sembra essere cambiato e ha deciso di condividere la per sensibilizzare la popolazione.

LA MALATTIA
Tosse cronica, vuoti di memoria, affanno, problemi a cuore e polmoni. Nel padovano sono migliaia le persone che non riescono a liberarsi dai sintomi anche dopo mesi dalla guarigione del Covid. Donne e uomini, anziani ma pure giovani, l'esercito del lungo Covid chiede di essere ascoltato. «Sono passati sette mesi, i capelli non li ho ancora tagliati, i chili persi ancora non li ho recuperati, la pazienza per aspettare non l'ho ancora trovata. Ho però imparato a sorridere, sempre, delle piccole cose. Dei piccoli passi - scrive Erica Randi - Il fiatone facendo le scale, mentre parlo con qualcuno. Le salite in bici, in silenzio, pur di riuscire a scollinare (in realtà la cosa più difficile è riuscire a stare zitta). I calici di vino bevuti a piccoli sorsi, che altrimenti mi ubriaco in due minuti. Le dimenticanze e la sbadataggine perché Eh sai, colpa del Covid. Il cuore che non è più lui e mi fa vivere un po' a freno, perché a vivere appieno sento che non riesce a tenere il ritmo. Ho rallentato, tanto da conoscermi ancora meglio. Ho imparato a raccogliere il bello anche da questa situazione». Una lotta quotidiana che, a distanza di mesi, la ragazza sta imparando a vincere.

IL RACCONTO
Grande appassionata di ciclismo, sogna una corsa su due ruote in libertà. «Ho provato sulla mia pelle cosa significa essere sopraffatta dagli attacchi di panico e a distinguerli dagli attacchi cardiaci - continua Erica -. Il petto che inizia a bruciare, un peso che preme fino a farti mancare il respiro, con una forza insopportabile. Sono passati mesi, e ancora nulla è tornato alla normalità. Il segreto è stato imparare a conviverci, per il momento. Ma non imparare ad accettarlo. Perché io lo so: arriverà un giorno in cui ritornerò a soffrire in bici senza paura. Bici che tornerò ad amare follemente tanto senza nessun freno, perché sentirò di nuovo il cuore battere, il mio». La speranza è forte. «Nel frattempo, ho imparato a godermi le piccole cose che mi fanno sentire viva, normale ed invincibile. Una chiacchierata tra amici fino alle due del mattino. Un bicchiere di vino gelato. Una fuga al mare alle due di notte. Una sveglia all'alba per vivere il mondo ancor prima che sappia di doversi svegliare. I medici mi dicono che dovrei parlarne, ancora, di più. Non credo che lo farò mai, non del tutto. Però sorrido, di me, dei Long Covid Symptoms che fanno davvero schifo, di tutto questo periodo. Sorrido perché alla fine lo so, di essere viva e di poter ancora amare follemente tanto, a pieni polmoni».

GLI STUDI
L'unità di Riabilitazione del dipartimento di Neuroscienze dell'Azienda ospedaliera sta conducendo uno studio volto a definire le conseguenze a lungo termine dell'infezione, identificando quali alterazioni a livello di funzionamento cerebrale la caratterizzino. L'obiettivo è fornire una risposta riabilitativa ai pazienti che guariscono, ma che lamentano ancora dei sintomi molti mesi dopo la negativizzazione. Il progetto Disco (Screening clinico-strumentale per la valutazione dei disturbi psico-patologici, cognitivi e del sonno in sopravvissuti Covid) ha ottenuto un finanziamento di 25mila euro tramite una campagna di crowdfunding promossa dall'Università di Padova. L'equipe di ricerca è coordinata dal professor Stefano Masiero e dalla professoressa Alessandra Del Felice.
 

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