Comunali 2022, per Meloni doppia corsa: superare Salvini al Nord e prendersi la leadership

Comunali 2022, per Meloni doppia corsa: superare Salvini al Nord e prendersi la leadership
Comunali 2022, per Meloni doppia corsa: superare Salvini al Nord e prendersi la leadership
di Mario Ajello
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Lunedì 13 Giugno 2022, 10:00

Nei quartier generali dei partiti del centrodestra stanno tutti blindati. Attaccano, furiosi, sul caso Palermo - prendendosela con il ministro Lamorgese e sospettando una combine dei 174 presidenti di seggio astensionisti per invalidare il voto e non far vincere Lagalla - ma questo contro il caos nella capitale siciliana sembra essere l'unico tratto comune tra Salvini e Meloni. Che per il resto stanno cauti, ancora, in attesa - ognuno contro l'altro, al netto di quel che resta della comune soddisfazione da alleati se il centrodestra dovesse uscire vincente nelle varie città - e aspettano di contare i voti di lista, oltre che di vedere chi tra Lega e FdI conquista più sindaci, da cui emergeranno i nuovi equilibri nella coalizione. Che intanto si possono esemplificare in due casi: se il derby Lega-FdI nelle città lombarde, Como soprattutto, andrà male per i salvinisti potrebbe traballare la ricandidatura al Pirellone di Attilio Fontana (che ieri Matteo ha rilanciato contro l'ipotesi Moratti lanciata da Calenda in chiave trasversale e a cui Letizia starebbe pensando: «Lei», parola del capo lumbard, «è importante per la squadra ma è la vice, il numero uno è Fontana». 

Secondo caso, che si aprirà tra poche ore comunque vadano i conteggi a Palermo e altrove: Meloni si aspetta da Salvini e da Berlusconi l'investitura di Musumeci a candidato presidente siciliano bis nel voto di ottobre. Avrà questa investitura o il probabile sorpasso di FdI nei voti di lista nelle città sulla Lega renderà Matteo più spaventato e più arroccato nel concedere nulla a Giorgia? La quale è sicura del successone, ma non lo evoca e non sbandiera, e in queste ore sta coperta perché non si sa mai, e ha pronto il patto anti-inciucio da far firmare a Salvini e Berlusconi, perfino davanti al notaio, in cui giurano che non aderiranno mai più a uno schema stile governo Draghi. Ma «non ho bisogno di firmarlo», è la risposta gelida di Salvini. Mentre Berlusconi ci pensa ancora meno di lui, in ossequio alla propria natura di (auto-definizione) «concavo e convesso»). Proprio il Cavaliere ieri ai seggi ha fatto come al solito le sue esternazioni. E ha rinsaldato, su tutto, il suo patto ormai di ferro con Salvini. L'idea del partito unico, Prima l'Italia, tramite fusione tra azzurri e leghisti non è affatto sfumata nonostante le dichiarazioni ufficiali e l'eventuale sorpasso di FdI sul Carroccio insieme a un forte tracollo di Forza Italia in tutto il Paese finiranno per riavviare il processo di unione forzaleghista. 

In FdI intanto si fa notare, senza infierire troppo, che la prima sconfitta il capo lumbard l'ha già avuta in queste ore con il clamoroso fallimento - «Ultra-previsto», dicono i meloniani - nei referendum. E si fa notare che Salvini avrebbe dovuto muoversi con più accortezza sui temi della giustizia, specie quelli come la custodia cautelare su cui i cittadini sono assai sensibili e poco disposti a fare sconti sulla sicurezza. Quanto alle amministrative, il problema di Matteo è che i due vincitori annunciati - Lagalla a Palermo e Bucci a Genova - non sono minimamente riconducibili a lui. Mentre la vittoria di Sboarina a Verona, se ci sarà, sarà quella di un tesserato FdI e idem per L'Aquila con Biondi che sta volando verso il primo posto ossia la riconferma ed è un meloniano super-doc. Anche quando il centrodestra vince, si lamentano qui e là i leghisti, non siamo noi i veri vincitori. 

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E comunque, in attesa dei risultati oggi del primo turno dei sindaci e di quelli delle liste, la convocazione d'urgenza nella sede milanese di via Bellerio dei vertici della Lega - dove giorgettiani e area governatori del Nord sono sempre più agitati di fronte a un segretario che «sbaglia troppo» e non solo in politica estera - sembra da parte di Salvini un modo per blindarsi e per spostare il terreno di gioco. Ovvero, rispolverando l'anti-europeismo, lancerà il Carroccio contro la Lagarde, contro «l'Europa matrigna», contro la Bce che vuole «affamare l'Italia» con il rialzo dei tassi d'interesse. Un format nuovo-vecchio per reagire alle eventuali delusioni elettorali, e rilanciare se stesso e il partito - con un revival della purezza identitaria - in vista del voto del 2023. 

La Meloni sente il vento in poppa («Ragazzi, calmi, state calmi...», dice però continuamente a quelli tra i suoi troppo convinti di essere forti), ha riempito le piazze in queste settimane più del suo alleato-rivale, vede i sondaggi che danno FdI primo partito mentre la Lega ha dimezzato i consensi del 2019, ha cerchiato di rosso Como, Verona, Alessandria, Padova, ma anche Palermo e le città laziali come luoghi simbolici del possibile sorpasso, e se questo sorpasso ci sarà da stasera Giorgia potrà intestarsi la leadership della coalizione e farsi dare dall'ex Capitano e dal Cavaliere il ticket d'ingresso a Palazzo Chigi (ammesso che il risultato del 2023 lo consentirà). 

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