Bimbo con la minimoto nel campo, lo sfogo dell’imprenditore denunciato per violenza privata

Domenica 1 Maggio 2022 di Luigi Benelli
Il campo coltivato a erba medica dove sono ben visibili le tracce del passaggio delle minimoto

PESARO - Aveva accompagnato dai genitori un bambino che giocava con la minimoto nel suo campo. E’ finito a processo con l’accusa di violenza privata, ma l’uomo, un imprenditore 60enne, ora racconta la sua verità. Il caso risale al settembre del 2020 ed è avvenuto a Villa Fastiggi.

 

Nelle campagne circostanti un bambino di circa 10 anni stava scorrazzando con la sua moto in un appezzamento agricolo. Il proprietario, un 60enne, aveva coltivato il terreno a erba medica. Visto il bambino, lo aveva avvicinato e, secondo l’accusa, lo avrebbe costretto a scendere dalla sella della sua moto per il minicross per poi scaraventarla in una scarpata. L’uomo avrebbe costretto il bimbo a salire sulla sua Range Rover per raggiungere il negozio della madre del ragazzino a Villa Fastiggi a poche centinaia di metri dal campo. Motivo per cui è finito a processo per violenza privata, denunciato dai genitori del minore. L’imprenditore racconta la sua versione.


«Sono un imprenditore rispettato nel campo dell’agricoltura. Il terreno in questione è in affitto dall’Azienda sanitaria che proprio in quei giorni mi aveva chiamato per segnalare che alcune persone ci andavano a fare motocross. Mi avevano fatto notare che se qualcuno si fosse fatto male, sarei stato io il responsabile». Il 60enne così è andato a chiedere a dei vicini. «Avevo notato che c’era una sorta di pista da cross, ma sul posto non c’era nessuno. La vicina mi ha confermato di aver comunque visto quattro o cinque ragazzini che ci andavano regolarmente. E proprio in quel momento ho sentito il rumore di una moto e ho visto il bambino. L’ho avvicinato e gli ho chiesto perché fosse lì e chi lo avesse autorizzato. Ho anche chiesto dove abitasse perché volevo parlare coi genitori. Mi ha indicato un luogo a poche centinaia di metri».

L’uomo ha notato che la moto era senza targa. «Non potevo dire al bambino che l’avrei seguito con l’auto perché non aveva casco e targa, avevo paura che potesse accadere qualcosa in strada così gli ho chiesto di salire in auto. Non l’ho affatto costretto. I testimoni hanno già confermato questo. E non ho scaraventato la moto. Era senza cavalletto, quindi l’ho appoggiata su un albero». 


Poi l’incontro con la madre. «Le ho chiesto di non mandarlo più nel campo. La madre ha risposto che ci andavano tutti e non vedeva alcun problema se ci fosse andato anche il figlio. Così me ne sono andato. Sono finito sotto processo, ma sono sconcertato per quanto riguarda la risposta della madre e l’educazione che viene trasmessa ai figli. Cosa stiamo insegnando a queste nuove generazioni? Questo fatto deve far riflettere».

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