L’economista Cucculelli: «Elica e Caterpillar? Casi simbolo ma non delle Marche. Se puntiamo solo a ridurre i costi siamo fuori gioco»

Mercoledì 15 Dicembre 2021 di Andrea Taffi
Marco Cucculelli

Professor Marco Cucculelli, ordinario di Economia applicata alla Politecnica: cosa ci dicono l’accordo sulla crisi-Elica, la chiusura di Caterpillar e il progetto Green way di Ariston Thermo?
«Sono tre casi emblematici ma non della realtà marchigiana. Qui di marchigiano non c’è niente: sono tre imprese diventate molto grandi e chiamate a un livello di competizione internazionale. Quando la dimensione conta, la capacità di mettere a terra una strategia di prezzo, di processo o di prodotto fa la differenza».

 

 
Insomma, l’ambito della competizione si è spostato. 
«Nelle Marche siamo abituati a guardiamo il nostro ombelico ma c’è una riflessione da fare. Bisogna interrogarsi perché i motivi di ingaggio delle sfide non sono più quelli di diversi anni fa, sono molto cambiati».
Un tessuto che vive di piccola e di micro impresa che armi può darsi in questo contesto?
«Se il coraggio non ce lo hai non te lo puoi dare, direi citando il Manzoni. La piccola impresa può essere essenziale e vincente ma in alcune fasi del processo. Può essere grande ma se può fare un passaggio dal calzaturiero tout court a un calzaturiero come Della Valle. Che poi anche Della Valle è grande ma non grandissimo rispetto alla competizione mondiale».
Quindi l’obiettivo dovrebbe essere infilarsi nel posto giusto della filiera.
«Certo. Se c’è spazio per una dimensione medio-piccola non sarà più nelle produzioni a basso costo che sono ormai fuori portata per noi. Lo spazio è in filiere sempre più elaborate, ricche e sempre più ad alta tecnologia o ad alta capacità di servizio. Ma, attenzione, la piccola impresa di una filiera internazionale dell’elettrodomestico non è un’azienda da 10 dipendenti. È un’azienda che vale 100 milioni di fatturato e questo il punto: la scala della competizione è molto cambiata. Se ce ne dimentichiamo rischiamo di rimanere indietro e se facciamo delle politiche che aiutano semplicemente la permanenza della media e della piccola dimensione di impresa e rischiamo di arrivare un po’ lunghi sulle ricomposizione dei settori produttivi così come li stiamo osservando».
Parliamo da anni di trasformazione del lavoro e continuiamo a tamponare invece che prevenire.
«Convengo. La mia impressione è che in questo Paese siamo stati abituati a guardare le politiche del lavoro in maniera dissociata dalle politiche produttive. E, aggravante rispetto a questo paradigma di fondo, non avere politiche industriali che guardassero alla reale possibilità delle nostre imprese di crescere. Perché le due cose sono collegate. Non posso pensare che la forza lavoro di un’impresa sia un fattore indifferenziato, è sbagliato. Se andiamo in un mercato con filiere estremamente specialistiche, l’occupazione deve essere di alto profilo manageriale, se vogliamo guardare alla parte alta della distribuzione, e con estrema specializzazione se guardiamo al taglio manifatturiero». 
È una sorta di ultima chiamata considerati i temi critici di cultura aziendale già sul tavolo (passaggio generazionale, utilizzo di management esterno)? 
«Bisogna essere ottimisti per definizione: probabilmente ci siamo accodati un po’ troppo dietro a questa vena romantica dei distretti e del made in Italy. Così rischiamo di fare la competizione con la Grecia e con la Spagna e non siamo già in grado di farla con alcune regioni della Grecia e della Spagna. La Lombardia l’abbiamo persa. Il nostro deficit di industrializzazione di alto livello ci porta a fare la competizione con le regioni del Sud della Polonia dove però il livello del lavoro è un quinto del nostro. Rischiamo di diventare bravissimi ma in un campionato, quello dei costi, che poi cambia le regole del gioco e non è più quello dove giocano i principali player».
E Ariston Thermo cosa ci dice?
«Ridurre i costi non è l’unica leva di sviluppo. Non è un caso che Merloni si sposti su una via laterale, vanno su una strada green che significa dare un premium price ai prodotti. In questi mercati la componente principale del valore sta nel modo con cui le imprese determinano il prezzo non sul modo con cui fissano il livello dei costi. Elica sui costi è finita in difficoltà. Caterpillar a Jesi ha subìto quello che aveva fatto patire al Belgio anni fa». 
La Regione con così tanti soldi può puntare a una politica industriale?
«Mi ha colpito a inizio mandato la legge sulle start-up che sono importanti, specialmente in una regione come questa. Ma è una parte della storia: se lì ci fermiamo rischiamo di dimenticare gli argomenti di cui abbiamo discusso fin qui. Quando l’impresa ha superato cinque anni e da 10 milioni devo andare a 50 o 100 milioni rischia di spegnersi alla prima folata di vento della competizione internazionale, questo è il vero problema. Vedo comunque con interesse quello che si sta facendo sulle piattaforme tecnologiche e questo è un buon percorso. Si mettono a sistema competenze industriali da un lato e accademiche dall’altro su temi di frontiera: ad esempio robotica, intelligenza artificiale per dare sostanza e corpo alla conoscenza di base del settore manifatturiero. L’altro ambito è sul fronte manageriale: l’Istao fa fatica a stare dietro alla creazione di figure di eccellenza come aveva fatto i tempi di Fuà. I tempi sono cambiati non è più l’unico provider di formazione come negli anni 70. È un asset straordinario e su questo bisognerebbe continuare a investire». 

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