Dispositivi medici, la Regione batte cassa e scrive a 1.521 aziende chiamate a pagare 136,5 milioni

Dispositivi medici, la Regione batte cassa e scrive a 1.521 aziende chiamate a pagare 136,5 milioni
Dispositivi medici, la Regione batte cassa e scrive a 1.521 aziende chiamate a pagare 136,5 milioni
di Maria Cristina Benedetti
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Martedì 29 Novembre 2022, 03:25

ANCONA Negli ingranaggi perversi del payback finisce anche Stefano Marconi. Il titolare della Rays di Osimo, che da oltre venticinque anni offre dispositivi medici di alta qualità, è tra coloro che sono stati chiamati a pagare un conto salatissimo per contribuire al ripiano degli sforamenti della pubblica sanità: oltre 2 miliardi di euro, a livello nazionale, da sborsare a partire dal prossimo 15 gennaio. La soluzione-tampone, per salvare il bilancio in corsia, si converte nella richiesta presentata dalle Regioni alle aziende che procurano loro guanti, camici, tappeti per sala operatoria, ma anche bisturi, stent, siringhe, materiale monouso, dopo aver partecipato a gare e appalti. Ne sono scattate già migliaia, di quelle pretese, alle quali sono corrisposti centinaia di ricorsi al Tar.  


Il mercato 


Palazzo Raffaello ha già sollecitato 1.521 aziende per pareggiare un superamento dei limiti di spesa da 292.197.000 euro, tra il 2015 e il 2018, da parte delle quattro aziende: Asur, ospedale regionale di Torrette, Marche Nord e Inrca. L’ammontare complessivo da ottenere è di 136,5 milioni. Una cifra che rischia di far saltare i conti di molte delle 83 aziende marchigiane del settore. Un mercato che vale, per il sistema-Italia, 16,2 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 4.546 imprese, che occupano 112.534 dipendenti. Uno scenario dove le start-up e le piccole e medie imprese innovative sono 298 e la mano d’opera è al top delle prestazioni. 


La ricostruzione


Contesta su tutta la linea quel meccanismo di compenso di bilancio, Marconi, ex presidente dell’Ancona calcio, che è grossista di materiale sanitario. «Ora ci chiedono di restituire il denaro ottenuto per quelle forniture, ma su quei soldi noi abbiamo pagato le tasse e l’Iva». Si affida a una veloce ricostruzione storica: «Era stata una trovata di Matteo Renzi, messa in pratica da Roberto Speranza quando era ministro della Salute ad interim. È stata una legge dormiente per cinque anni». Arriva al nodo, che strozza economie già provate: «I fornitori ospedalieri partecipano alle gare d’appalto, la quantità di materiale richiesto e i prezzi della base d’asta sono stabiliti dal Rup, che è il Responsabile unico del procedimento. Una figura-chiave, che segue lo sviluppo dell’appalto pubblico in tutte le sue fasi. Sa lui cosa serve e qual è il budget». Non perdona: «Ci sono precise responsabilità del funzionario della pubblica amministrazione se hanno sforato i bilanci. Se non sanno fare 1+1 non certo è colpa nostra». 


Il sarcasmo


Marconi è nel cartello delle centinaia di aziende che si sono appellate al Tar. «In attesa che il giudice amministrativo si pronunci, nessuno potrebbe richiedere alcunché». Con sarcasmo, ribadisce: «E dico, potrebbe». L’obiettivo finale sarebbe cancellare del tutto quella norma-zavorra, con la prossima manovra finanziaria. L’imprenditore dorico lo ripete, come fosse un tarlo: «La sanità ha speso troppo? Quattro miliardi di sforamento e ora lo Stato chiede alle imprese di restituire il 50%, due miliardi. Non è possibile». C’è chi ipotizza di mettere l’azienda in liquidazione, con la croce dei dipendenti. C’è chi sussurra: «Prima di partecipare a una gara ci penserò su due volte». Oltre alla valanga di ricorsi, sono così a rischio le forniture degli ospedali. C’è chi non intende aspettare di essere stritolato dagli ingranaggi perversi del payback e decide di salvarsi con il mercato estero. Via, via di qui. 
 

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