Il professor Menzo: «Virus meno aggressivo? No, è soltanto invecchiato»

Mercoledì 3 Giugno 2020 di Lorenzo Sconocchini
Il professor Stefano Menzo, direttore del Laboratorio di Virologia degli Ospedali Riuniti di Ancona

ANCONA - Ma davvero è cambiato il virus? Si sta nascondendo e dobbiamo prepararci a una seconda ondata autunnale dell’epidemia? Temi affrontati con il professor Stefano Menzo, direttore del Laboratorio di Virologia degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Ritiene che in questa fase il virus si manifesti in una forma meno aggressiva?
«Il virus attualmente si manifesta in una forma che non definirei meno aggressiva, ma quasi esclusivamente in una forma di infezioni residuali, acquisite settimane o mesi fa in persone con sintomi non gravi o pauci-sintomatiche che all’epoca non avevano avuto occasione di farsi fare il tampone, perché allora non c’erano sufficienti risorse per soddisfare le esigenze diagnostiche di coloro che non avevano necessità di ricovero, sia tra i pazienti domiciliari che nelle case di riposo. Proprio perché “vecchie”, queste infezioni si trovano in una fase ormai terminale della loro storia naturale: il sistema immunitario ha quasi del tutto eliminato il virus e rimane solo una produzione residuale, a bassissima carica, senza sintomi nel paziente».

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Dunque il Coronavirus non si è “ingentilito”?
«Chi afferma che il virus si sia indebolito (purtroppo anche persone autorevoli) evidentemente non considera che tempo fa vedevamo invece le vere “nuove” infezioni, in una situazione cioè in cui la risposta immunitaria doveva ancora instaurarsi e in cui il virus era libero di replicare a carica altissima e che in molti casi avrebbe di lì a poco portato molti pazienti a malattia».

Quindi, prudenza...
«Non ci sono evidenze scientifiche che dimostrino che il virus si sia attenuato, basta vedere cosa succede dove non si prendono misure profilattiche adeguate: Brasile, Pakistan, Iran e altri Paesi. Da noi al momento si sono praticamente azzerate le vere nuove infezioni (e i relativi problemi clinici) grazie al lockdown, e vediamo solo qualche vecchia infezione residua, che sembra nuova solo perché non era stato fatto prima il tampone».

Ritiene scontato o probabile che ci sarà una seconda ondata autunnale dell’epidemia?
«Non credo che si arriverà mai ad una seconda ondata, perché per fortuna una proporzione consistente della popolazione sembra mantenere adeguate misure profilattiche e di distanziamento. Se questo comportamento virtuoso si manterrà, potremo avere sporadici nuovi focolai, ma spero che non raggiungerà l’intensità di un’ondata. Dipenderà solo dai comportamenti individuali».

In caso di ritorno autunnale l’epidemia potrebbe presentarsi in maniera meno aggressiva? 
«Se le persone si comporteranno in maniera scriteriata e il numero di focolai diventerà discreto, si potrà parlare forse di seconda ondata, ma sicuramente non avremo mai un fenomeno simile alla prima, quando il virus ha potuto diffondersi in una popolazione ignara e priva di mezzi di protezione individuale. Nel frattempo noi abbiamo imparato a curare molto più efficacemente i pazienti rispetto alle prime fasi dell’epidemia. A parità di numero di persone infettate, molte meno finirebbero in terapia intensiva, e mediamente ci rimarrebbero di meno, con mortalità molto ridotta, grazie soprattutto alle terapie anticoagulanti che abbiamo imparato ad impiegare. Non c’è alcuna evidenza che suggerisca una attenuazione fenotipica (e quindi clinica) del virus, ma l’impatto clinico d’ora in poi sarà sensibilmente più benigno grazie alle terapie migliori».

Quando potrebbe riproporsi un’eventuale seconda ondata?
«Come per tutte le infezioni virali respiratorie, l’apertura delle attività comunitarie dopo le ferie, scuole comprese, sarà una grande occasione di contagio, quindi sicuramente il periodo critico sarà settembre-ottobre, ma vedremo come si comporteranno le persone».

Per l’eventuale seconda ondata avremo un vaccino disponibile su vasta scala?
«Vedo profilarsi molto male la questione dei vaccini. Non tanto dal punto di vista scientifico: per fortuna sarà un vaccino “facile” e tra gli oltre 120 vaccini già realizzati sicuramente ce ne saranno diversi ottimi. Preoccupano gli aspetti gestionali. Invece di procedere con una sperimentazione organizzata a livello mondiale da un ente sovranazionale di tutti i vaccini già disponibili, per poterli confrontare in termini di efficacia e tossicità, si continua a proseguire in ordine sparso inseguendo obiettivi meschini (lucro, fama, beceri nazionalismi). Rischiamo di non capire per molto tempo quale sia il vaccino migliore che valga veramente la pena implementare a livello globale. Perderemo mesi, se non anni, tra guerre brevettuali, ad inseguire vaccini mediocri. Per non parlare poi della produzione e di tutti gli interessi economici che si scateneranno».

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