Il crimine eutanasia: inguaribile non è mai sinonimo di incurabile

Domenica 27 Settembre 2020 di Don Aldo Buonaiuto
«L’eutanasia è un crimine contro la vita umana» e «qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata ad un tale atto è un peccato grave» che nessuna autorità «può legittimamente» imporre o permettere. Sono queste alcune delle parole della “Samaritanus bonus”, la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede «sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita», approvata da Papa Francesco e pubblicata nei giorni scorsi. Nel documento si ribadisce che «inguaribile non è mai sinonimo di incurabile» e quanti sono affetti da una patologia allo stadio terminale, come coloro che nascono con una previsione limitata di sopravvivenza, hanno diritto a essere accolti, curati e circondati da tutto l’affetto possibile. Secondo la lettera è «colpevole di scandalo» chi approva norme sull’eutanasia e sul suicidio assistito «perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli». Non solo: è richiesta una chiara presa di posizione da parte delle Chiese locali e delle istituzioni ospedaliere cattoliche in quanto simili normative «non creano obblighi per la coscienza» e «sollevano un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza». La testimonianza dei cristiani – quelli che lo sono nei fatti e non solo a parole – è inevitabilmente coraggiosa, spesso controcorrente e non lascia spazio a certe mediocrità morali. D’altronde, la fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, è un’autentica sfida che richiede di essere nel mondo ma non del mondo abbandonando comportamenti illusori e incoerenti. I sanitari, poi, non dimentichino il giuramento di Ippocrate che dispone di tutelare la salute fisica e psichica dell’uomo e di dare sollievo alla sofferenza non compiendo mai atti idonei a provocare deliberatamente la fine della vita. Esiste una questione di fondo, la consapevolezza del senso dell’esistenza e del suo inestimabile valore, anche nel dolore, senza anticipare né dilazionare la morte con l’accanimento terapeutico. La vita umana è sempre un miracolo e non deve avere limiti che non siano quelli naturali: dal neonato al disabile, dall’anziano al malato terminale, ossia quelli erroneamente considerati un problema. Ogni persona, anche la più gravemente inferma, non potrà essere mai equiparata a un oggetto, una macchina che, divenuta vecchia, difettosa o inutilizzabile, venga lasciata da sola e poi rottamata ed eliminata. Nel documento si affrontano argomenti che possono essere riferiti a recenti fatti di cronaca: «In caso di patologie prenatali che sicuramente porteranno a morte entro breve lasso di tempo – e in assenza di terapie in grado di migliorare le condizioni di salute di questi bambini, in nessun modo essi vanno abbandonati sul piano assistenziale, ma vanno accompagnati fino al sopraggiungere della morte naturale», senza sospendere nutrizione e idratazione. I cattolici hanno un compito fondamentale che talvolta rischiano di dimenticare: adoperarsi strenuamente per portare avanti, sempre e in ogni caso, la cultura della vita e del rispetto per ogni creatura anziché quella dello scarto. «Il dolore – recita la “Samaritanus bonus” – è sopportabile esistenzialmente soltanto laddove c’è la speranza» trasmessa da Cristo con la «sua reale vicinanza». Pertanto, le cure palliative non bastano senza la presenza di chi sta «accanto al malato e gli testimonia il suo valore unico e irripetibile» di creatura generata a immagine e somiglianza di Dio. C’è il rischio di creare un’umanità suicida e depressa, anestetizzata e in permanente stato di torpore, che di fronte a eventi tragici e dolorosi, alzi bandiera bianca dicendo «lascio perdere tutto e la faccio finita». È altrettanto concreto e nemmeno tanto assurdo, ripercorrendo la bellicosa storia del XX secolo, il pericolo di diventare insensibili e crudeli a tal punto da pretendere di progettare a tavolino uomini perfetti. La vita non è degna solo se ci sono determinate caratteristiche psichiche o fisiche, ma è sacra sempre, in special modo nei malati e nei bisognosi, incarnando così le parole di San Paolo secondo cui «le membra più deboli sono anche le più necessarie».

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