Tempo scaduto, Acquaroli dica 33. Oggi, non domani

Sabato 24 Ottobre 2020 di Giancarlo Laurenzi

I numeri hanno il teschio in mano e non consentono più interpretazioni da azzeccagarbugli virali: se la progressione sarà confermata, a fine mese le Marche avranno 12mila contagiati e 400 in più per ogni giorno che passa (e i ciarlatani di passaggio che avevano certificato l’inutilità del Covid Hospital di Civitanova chiedano scusa sui ceci a Ceriscioli). Ergo, il tempo è scaduto ed è necessario che il nuovo governatore Acquaroli integri in senso restrittivo l’ordinanza da tiramisù emanata giovedì. Oggi. Non domani o dopo: oggi. Altro che vivere con le scuole aperte e i bus collegati, focolai sparsi per le città come funghi nei boschi d’autunno. Chiudere adesso significa riaprire prima e salvare economia e istruzione insieme, perché una ferita si può curare, la cancrena porta all’amputazione. L’ideale? Due-tre settimane di coprifuoco vero. Trasporti compresi, farmacie e alimentari esclusi. A commercianti, gestori di palestre, ristoranti, bar, parrucchieri, vari ed eventuali si spieghi la procedura con la forza dei numeri e dei soldi: si stornerà dal recovery fund regionale un tesoretto di euro per ripianare perdite e investimenti sostenuti per adeguarsi ai protocolli di fine primavera. I marchigiani sono gente pratica e colta, vengono da battaglie e tragedie secolari che hanno fatto e riscritto l’Italia, da Castelfidardo ai terremoti. Capirebbero al volo il senso, più della varie Conf: meglio in trincea per 2-3 settimane ma con la luce in fondo al tunnel che l’agonia dell’estrazione del lotto serale con i numeri dei caduti sul campo. E le aziende, e il lavoro e gli stipendi? Ci sono imprese globalizzate o illuminate che hanno adottato standard di sicurezza da 110 e lode: lavoratori con tute, mascherine, sanificazione ogni mezzora. Altre invece tengono 15 operai negli stanzoni uno attaccato all’altro. Se non si vuole fare di tutta l’erba un fascio Acquaroli opti per un’ordinanza slalom, che lasci carta bianca ai virtuosi (certificati da ispezioni quotidiane) e pugnali senza pietà chi sgarra. E magari premi con incentivi veri chi si ferma e pospone il profitto personale alla salute pubblica. Per una vita abbiamo considerato lo zero il paradigma di un valore da cui fuggire, simbolo di fallimento, anche dialettico («vali zero»). Oggi quel numero è un desiderio cui aneliamo: nessun contagio, incubo finito. I marchigiani possono farcela da soli, senza delegare al prossimo decreto del governo il lavoro sporco. Partiamo subito, Governatore. Prima che la vita nelle case non abbia più suoni, ma solo spazi. Chi ha fosforo la seguirà. E nessuno la accuserà di eccesso di zero.

 

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