La transizione ecologica assente dal Recovery fund

Giovedì 24 Dicembre 2020 di Roberto Danovaro
La transizione ecologica assente dal Recovery fund

La pandemia da Covid19, che ha monopolizzato le nostre vite, ha avuto un solo merito (a voler essere ottimisti): ci ha obbligato a riflettere seriamente sulle responsabilità dell’Uomo e sull’impatto generato dalla nostra civiltà sugli equilibri naturali. Ci ha anche insegnato che siamo tutti legati: Uomo e Natura, ma anche Italia, Cina e Australia sono una cosa sola. Basta che appaia un nuovo ceppo mutante di virus dall’altra parte del mondo per preoccuparci. Ed è giusto che sia così perché ormai la globalizzazione dei problemi sanitari è veloce quasi come quella delle comunicazioni. Facciamo il punto sulla situazione: abbiamo trasformato il 75% degli ambienti terrestri e impattato il 66% degli ecosistemi marini. Abbiamo modificato il clima, tanto che chiamiamo questa era controllata dall’Uomo come “Antropocene”. Abbiamo cambiato i cicli globali della materia. Abbiamo modificato il ciclo dell’acqua e acidificato gli oceani. Abbiamo perso una fetta importante della biodiversità e stiamo mettendo a rischio almeno un milione di specie. Oltre a questo, continuiamo a usare quasi solo combustibili fossili (aumentando il problema dei cambiamenti climatici) e continuiamo a produrre un’enorme quantità di nuove sostanze tossiche e nocive che non sono biodegradabili. Ma gli scienziati ci dicono che non è finita. Statisticamente, in queste condizioni, è attesa una nuova pandemia ogni due anni e come se non bastasse si aggira lo spettro di nuovi ceppi di batteri patogeni che sono resistenti agli antibiotici e che quindi ci manderanno indietro nel tempo, anche in termini di mortalità da malattie, come prima della scoperta della penicillina. Tutto questo renderebbe evidente la necessità di proporre un grande cambiamento, basato su un principio semplice: è necessario avere un pianeta sano per assicurare la nostra salute e il nostro benessere. Papa Francesco ha recentemente dichiarato: “Non è possibile rimanere sani in un mondo malato” e possiamo dire che mai come oggi questa affermazione appare la vera essenza dei nostri problemi. La politica ha il dovere di dare una risposta, non solo per tutelare la salute dei cittadini ma anche per predisporre un piano di rilancio del Paese post COVID. Per farlo è in via di stesura un PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Si tratta di un documento di importanza cruciale, di cui pochi sono a conoscenza. Le scelte definite nel Piano indirizzeranno l’uso delle risorse del “Recovery fund” da cui dipende il futuro del nostro Paese. Se saremo capaci di spendere i fondi nel modo giusto ci potremo rilanciare, e diventare forse anche più forti di prima, ma se sbaglieremo ci aspetteranno momenti ancor più difficili di oggi. Per fare le scelte giuste dovremmo orientare questo Piano di Ripresa verso soluzioni basate sulla natura, come raccomanda l’Unione Europea, ovvero verso una vera transizione ecologica. Ma nella prima bozza di Piano non c’è nulla di tutto questo. Non c’è il ripristino e restauro degli habitat naturali distrutti a cui le Nazioni unite hanno dedicato il prossimo decennio, non c’è la corretta gestione degli ecosistemi terrestri e marini, niente sulla conservazione delle specie o sulla difesa del suolo o sulla promozione di infrastrutture verdi. Insomma, sembra fatto da esperti che hanno vissuto nel secolo scorso e che pensano di essere di fronte alla grande crisi del 1929 (peraltro avvenuta un anno dopo la scoperta del primo antibiotico). Quando si parla di idrogeno, lo si fa riferendosi all’idrogeno di scarto delle lavorazioni petrolifere invece che di idrogeno verde. Insomma, la bozza che circola per ora è un disastro eco-anacronistico che sta passando sotto i nostri nasi senza che nessuno se ne accorga. Ma siamo ancora in tempo per definire un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dia valore alla protezione e tutela della biodiversità, al capitale naturale al restauro degli ecosistemi naturali. Il nostro Paese ha sempre più bisogno di soluzioni concrete innovative e pulite, come le Infrastrutture verdi (Green Infrastructures) e le soluzioni basate sulla natura (Nature-based Solutions), peraltro promosse con forza dall’Unione europea nel Green Deal. Il nostro Paese ha un gigantesco problema: i politici non riescono ancora a capire che abbiamo bisogno di una sana e corretta gestione dei nostri ecosistemi per tutelare la nostra salute e la nostra economia. Basta vedere cosa si inventano i politici marchigiani per dire no all’Area marina protetta per averne un esempio lampante.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Potrebbe interessarti anche