Sulla strada per il 5G un macigno da 4,8 miliardi: è l'ultima rata del maxi-debito per le licenze

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di Andrea Bassi
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Mercoledì 1 Dicembre 2021, 12:17 - Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre, 17:17

Per assegnare le licenze del 5G c’erano voluti ben quattordici giorni. Centosettantuno rilanci, attraverso i quali le società si erano contese le frequenze necessarie al nuovo salto tecnologico della telefonia mobile.

Alla fine la “super asta” per il 5G si era conclusa con un ricavo per lo Stato di oltre 6,5 miliardi di euro. Che le varie Tim, Vodafone, Wind-3 e Iliad si erano impegnate a versare entro settembre 2022 nelle casse pubbliche. Dal giorno in cui si è chiusa la gara, sono passati esattamente tre anni. Eppure sembrano molti di più. In mezzo c’è stata la pandemia che ha rallentato, e non di poco, lo sviluppo delle nuove reti. Ma c’è stato anche altro a frenare l’installazione delle nuove infrastrutture. Da quando l’asta si è conclusa, in tutta Italia sono spuntati come funghi comitati “No 5G”. La variante nelle telecomunicazioni dei “No Tav”, “No Tap” e, ora, anche dei “No Vax”. La politica locale, come spesso accade, ha cavalcato l’onda. Così per un periodo hanno iniziato a fioccare ordinanze locali per impedire l’installazione delle antenne. A un certo punto se ne erano contate oltre 500, con quattro milioni di cittadini potenzialmente esclusi dal 5G. È dovuto intervenire il governo a mettere un punto, stabilendo per legge, in uno dei vari decreti semplificazione, che lo sviluppo della nuova rete non poteva essere fermato dalle ordinanze locali. Ma per un po’ l’industria ha viaggiato con il freno a mano tirato. C’è poi un’altra questione, questa invece mai risolta, che riguarda i limiti alle emissioni elettromagnetiche.

LA SOGLIA

In Italia la soglia è bassa. Dieci volte più bassa di quella in vigore nel resto d’Europa: 6 Volt metro contro 60. Gli operatori hanno spinto in tutti i modi per convincere il governo a rivedere i limiti. C’è stato poco da fare. I timidi tentativi emersi in Parlamento sono stati tutti respinti con perdite. La conseguenza è che per gli operatori il costo di installazione delle reti resta destinato a essere più alto di quello che dovrà essere sostenuto nel resto del Vecchio Continente. E come in un circolo vizioso, qui si inserisce un altro problema. Anche questo noto: la crisi dei ricavi degli operatori di telecomunicazione dovuta, prevalentemente, alla guerra dei prezzi che da anni affonda i conti del settore. Nel 2020 i ricavi lordi degli operatori hanno subito una perdita di 1,5 miliardi; nell’arco degli ultimi 10 anni i ricavi sono sempre diminuiti, per una perdita totale nel periodo 2010-2020 di oltre 13 miliardi di euro. E oggi i costi di finanziamento per le società del settore sono ormai inferiori ai ritorni sull’investimento. L’immagine di un settore ricco e in grado di generare grandi profitti appartiene ormai a un passato che ogni giorno appare sempre più lontano. Ma torniamo alla gara del 5G. Da tempo gli operatori del settore hanno chiesto al governo di rivedere le scadenze dei pagamenti delle licenze. Già nel 2020 e nel 2021 avevano chiesto di posticipare il pagamento delle rate. Adesso però, il problema non solo è diventato stringente, ma anche di dimensioni ragguardevoli. A settembre del prossimo anno andrà a scadenza l’ultimo pagamento, una maxi-rata da 4,8 miliardi di euro per tutti gli operatori. Un peso enorme per i conti già provati. Per questo Massimo Sarmi, presidente di Asstel, l’associazione che raggruppa le società del settore, ha chiesto al governo e all’Agcom di considerare l’opzione di rimodulazione delle scadenze di pagamento degli oneri per le frequenze 5G, per allinearle ai tempi di effettiva realizzazione delle reti. In altri termini una rateizzazione in tre o quattro anni dei 4,8 miliardi che le società ancora devono versare al governo.

LA “COPERTURA”

La proposta è stata formalizzata in una serie di lettere inviate sia al ministro dell’Economia, Daniele Franco, che ai vertici dell’Agcom. Per adesso, però, nella legge di Bilancio non è arrivato nessun “salvagente” per le società di tlc. Del resto, trovare una “copertura” di quelle dimensioni non è semplice. La manovra di quest’anno vale 30 miliardi di euro. E sono già tutti impegnati dal fisco alle pensioni. Al Parlamento è stata riservata una dote di soli 600 milioni per gli emendamenti. Non solo sarebbero insufficienti, ma difficilmente potrebbero coprire un’unica voce di spesa. Il sentiero, insomma, è stretto. Una soluzione tecnica, che il ministro Franco pure avrebbe preso in considerazione, potrebbe essere lasciare i 4,8 miliardi sul 2022 per «competenza», permettendo invece una rateizzazione solo «per cassa» nei tre anni successivi. Certo, lo Stato dovrebbe prendere a prestito oltre un miliardo in più all’anno per la sua cassa. Ma è pur vero che, a differenza degli operatori del settore, il governo si indebita a tassi bassissimi. Uno sforzo del tutto sostenibile a fronte di una necessità considerata prioritaria come quella di dotare il Paese di una nuova infrastruttura mobile di quinta generazione.

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