Coronavirus, la denuncia: «Mio padre, morto solo in ospedale. Non potevamo vederlo, lui era disperato»

Coronavirus, la denuncia: «Mio padre, morto solo in ospedale. Non potevamo vederlo, lui era disperato»
Coronavirus, la denuncia: «Mio padre, morto solo in ospedale. Non potevamo vederlo, lui era disperato»
di Barbara Scorrano
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Martedì 8 Settembre 2020, 08:45 - Ultimo aggiornamento: 09:33

L’ultimo brandello di vita vera è legato al dolce sapore di una fetta di torta spiluccata tra il sonno e la veglia nel letto di ospedale da cui ha detto addio al mondo e alla donna con la quale aveva vissuto 60 anni della sua esistenza, prima che la malattia e le prescrizioni contro un virus terribile e sconosciuto lo privassero della gioia del suo abbraccio e del suo sorriso. È morto solo Giuseppe Pomponio, 86 anni fatti di lavoro e famiglia, tre figli cresciuti tra sacrifici e soddisfazioni, che oggi non si danno pace al pensiero che il padre, dopo quella festicciola improvvisata per l’anniversario di matrimonio, festeggiato nel reparto di Geriatria dove era ricoverato, abbia chiuso gli occhi senza il conforto dei propri cari. A impedirlo le regole di accesso all’ospedale Santo Spirito dove, per evitare pericoli di contagio dal Covid, è previsto che le visite ai degenti possano avvenire solo tre volte la settimana, per pochi minuti e nel rispetto del protocollo di sicurezza. E così, dopo quell’ultimo incontro per l’anniversario di matrimonio, la moglie e i figli di Giuseppe hanno dovuto rispettare le regole e rimanere lontani fino alla visita successiva, avvenuta quando l’anziano era ormai deceduto.

«Non so come sia morto, ci dicevano che le sue condizioni erano stabili. Mia madre aveva chiesto di poter assistere mio padre che, malato di Alzheimer, aveva bisogno di essere aiutato costantemente» racconta il figlio Franco, rappresentante di commercio e volontario della Croce rossa. Lui al pensiero di quell’uomo morto in solitudine non si rassegna: «So bene che una malattia degenerativa come l’Alzheimer non avrà consentito a mio padre di capire cosa stesse succedendo. Per i malati come lui perdere improvvisamente i propri riferimenti, i volti dei familiari è devastante. Quelle poche volte che siamo riusciti a entrare nel reparto, venti minuti ogni due giorni, si aggrappava disperatamente a noi, non voleva che ce andassimo».

Ogni volta Franco, come il resto della famiglia, provava a spiegare che non si poteva restare oltre il tempo consentito, perché c’erano delle regole. «Ma come si fa – continua - a spiegare ad un malato una regola che sfugge a ogni logica?. Mia madre si era detta disponibile a fare il tampone per avere la possibilità di stare vicino a mio padre in sicurezza, ma ci è stato negato». Oggi Franco, dopo tredici anni di volontariato, guarda con altri occhi l’ospedale dove innumerevoli volte ha condotto persone bisognose di soccorso. «Da rappresentante ho sempre macinato migliaia di chilometri e in più occasioni mi sono trovato nelle condizioni di dover aiutare automobilisti in difficoltà. Da qui l’idea di farlo con competenza attraverso il corso della Cri». Il pensiero, tra tante persone soccorse, di non essere riuscito a tenere la mano al padre negli ultimi istanti di vita, lo attanaglia e lo consuma: «Vorrei che nessuno venisse lasciato solo nei momenti di difficoltà. Si potrebbe fare fronte all’emergenza Covid aumentando il personale sanitario e ponendo maggiore attenzione alle singole esigenze dei pazienti». A distanza di poco meno di un mese dai funerali, Franco fa i conti anche con il proprio futuro: «Non so se continuerò il mio impegno nel sociale perché per me nessuno è ultimo e tutti hanno diritto alla vita, a prescindere dall’età e dalla propria patologia».

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