Uccise il figlio Alfredo con un colpo di pistola: per Loris Pasquini 22 anni di carcere

Sabato 26 Febbraio 2022 di Federica Serfilippi
Uccise il figlio Alfredo con un colpo di pistola: per Loris Pasquini 22 anni di carcere

SENIGALLIA  - Ventidue anni di reclusione per aver ucciso il figlio con un colpo di pistola. È la condanna inflitta ieri mattina dalla Corte d’Assise al 73enne Loris Pasquini, l’ex ferroviere arrestato dai carabinieri lo scorso 29 marzo nella sua abitazione di Roncitelli di Senigallia dopo il colpo esploso contro il 26enne Alfredo al termine di un litigio. I giudici, guidati dal dottor Carlo Cimini, hanno riconosciuto 21 anni per l’omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela e un anno per il porto abusivo della Beretta utilizzata per il delitto. 

 


La procura, sostenuta dal pm Paolo Gubinelli, aveva chiesto per l’imputato 15 anni di carcere, sostenendo la prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. La Corte ha invece giudicato in modo equivalente le circostanze, rifacendosi al comma introdotto nel 2019 per cui le attenuanti – in determinati casi di omicidio che prevedono l’ergastolo – non possono prevalere. «Nello specifico, il minimo della pena per il delitto era di 21 anni, quanto è stato riconosciuto al nostro assistito. Ma faremo sicuramente appello» hanno detto al termine dell’udienza i difensori Silvia Paoletti e Roberto Regni. L’imputato è stato anche condannato al risarcimento delle parti civili, rappresentate dall’avvocato Stefano Luzietti: all’ex moglie, nonché madre della vittima, andranno 300 mila euro; alla figlia, sorella di Alfredo, 27,5 mila euro. Le motivazioni si potranno leggere tra 90 giorni. 


Pasquini, attualmente relegato ai domiciliari, era presente alla lettura del verdetto. Non è mai mancato in aula. Lo sparo, che aveva colpito il 26enne alla base del collo, era avvenuto al culmine dell’ennesima lite domestica scoppiata tra padre e figlio. Una convivenza difficile, la loro, resa ancor di più gravosa dai problemi psichici di Alfredo, seguito dal Centro di Salute Mentale e titolare di una pensione di invalidità. Il 73enne, nel 2019, aveva sporto denuncia per maltrattamenti in famiglia contro il figlio. E per chiedere aiuto aveva anche inviato un esposto al Csm, al sindaco, alla questura e ai vigili urbani. Stando alla difesa, quel giorno Loris aveva preso la pistola per difendersi dagli attacchi di Alfredo, armato di bastoni sulla cui sommità c’erano dei chiodi.

«Mio figlio era una belva, se non avessi sparato mi avrebbe ucciso. Ma volevo solo spaventarlo, non certo ammazzarlo. Lui non sapeva avessi la pistola» aveva detto l’imputato nel corso della testimonianza resa alla Corte. Diversa la versione della procura, per cui non ci sarebbe stata alcuna colluttazione: sul corpo del 73enne non erano state trovate lesioni, ad eccezione di un arrossamento sul dorso della mano. «I litigi non erano a senso unico e i contrasti avvenivano anche per motivi economici. Quel giorno, Loris doveva liberarsi del problema rappresentato da Alfredo. Non c’è stato un eccesso colposo di legittima difesa, né un omicidio preterintenzionale: il colpo non è partito accidentalmente» aveva sostenuto il pm nel corso della requisitoria. La pistola utilizzata per l’omicidio era una Beretta 34, non più in produzione e in uso fino agli anni Novanta alle forze armate. 


Ad assistere parzialmente al litigio del 29 marzo, scattato per futili motivi, era stata la moglie thailandese del 73enne, nel frattempo trasferitasi in Lombardia per lavorare. Alfredo stesso, dopo il ferimento, era salito in camera e aveva chiamato i soccorsi dicendo: «Mio padre mi ha sparato». All’arrivo del personale del 118, il 26enne era già morto. Loris era stato immediatamente arrestato dai carabinieri e portato, successivamente a Montacuto. Dopo tre mesi, la scarcerazione e la misura dei domiciliari, tuttora in atto. La difesa, nelle sue conclusioni, aveva chiesto l’assoluzione o, in subordine, la derubricazione del reato in omicidio preterintenzionale. 

 

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