Il figlio morì a 21 anni in un incidente stradale, lo sfogo del padre: «Ci hanno offerto 150 euro al mese»

Giovedì 1 Aprile 2021 di Giacomo Quattrini
La Fiat Brava distrutta dopo l'impatto contro un albero nell'incidente di Casenuove di Osimo dell'aprile 2001

OSIMO - «Come si fa a vivere così? La giustizia ha accertato di chi sono le colpe ma lui non ha mai fatto alcuna ammissione di responsabilità, non troviamo pace. Poi oltre al danno, la beffa di offrirci come risarcimento 150 euro al mese». Non possono bastare 20 anni a lenire il dolore più grande, quello per la perdita di un figlio. Per di più se avvenuta in circostanze improvvise, evitabili, ingiuste. A sfogarsi in maniera lucida è Alvaro Caponi, a pochi giorni dal ventennale del tragico incidente stradale di Casenuove che vide morire tre giovani osimani tra i quali suo figlio Emanuele, studente di Economia bancaria.

 

Torna a far sentire ora la sua voce Alvaro e chiama in causa Daniele Spinsante, che in base a perizie, testimoni e, infine, alle sentenze penali e civili, guidava quell’auto che uscendo di strada fece tre morti.
Era il 22 aprile 2001, dopo una festa di compleanno la comitiva di amici si sposta in un bar di Monti a Santa Maria Nuova ma poi, nella strada del ritorno verso Casenuove, incontra la morte. Dei cinque a bordo della Fiat Brava guidata da Spinsante, morirono in tre: Emanuele Caponi all’epoca 21enne, Cristian Tizzani che di anni ne aveva 19 e Lucilla Latini, la più giovane, 17 anni, nipote dell’allora sindaco Dino Latini.

Oltre all’autista rimase miracolato anche Lorenzo Lampa seduto accanto a Spinsante, secondo le ricostruzioni dei soccorritori che estrassero i corpi. L’auto in discesa e con una velocità accertata dagli inquirenti di 117 km/h, finì per schiantarsi su un olmo. Dalla violenza si squarciò a metà. I tre passeggeri sul sedile posteriore, sbalzati per decine di metri, morirono sul colpo, i due davanti riuscirono a salvarsi. Su Spinsante emerse poi un tasso alcolemico ben oltre il consentito e scattò quindi la denuncia. Il processo penale, concluso nel 2009, sancì per lui una condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione senza condizionale per omicidio colposo aggravato: se fosse accaduto dopo il 2016, gli sarebbe andata peggio con l’accusa di omicidio stradale. 


Il procedimento civile iniziato dopo quello penale è durato circa 10 anni, e l’anno scorso ha partorito una sentenza di primo grado durissima nei suoi confronti. In totale Spinsante deve pagare 2.031.972 euro, di cui (al netto della rivalsa della compagnia assicuratrice che ha anticipato parte del risarcimento) 1.164.402 suddivisi tra le sei parti civili: i genitori di Cristian ed Emanuele e i rispettivi fratello e sorella (non si sono costituiti i famigliari di Lucilla). «Difficilmente vedremo quei soldi – ha detto ieri Alvaro - perché Spinsante risulta nullafacente, ci ha offerto 150 euro al mese». Ma non è una questione economica: «la gente dice che abbiamo fatto i soldi, finora abbiamo preso dall’assicurazione di Spinsante 125mila euro, di cui 70mila investiti per la tomba di famiglia e 5mila in beneficenza, a confronto quella che abbiamo vissuto non è vita». 


Perché abitando a 2km da casa di Spinsante ed essendo un tempo amici di famiglia, pesa anche la rovina dei rapporti umani: «Anche all’ultima udienza non si è assunto le sue colpe. Chiedo non tanto i soldi, ma uno scatto di coraggio verso l’ammissione della realtà dei fatti».

 

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