La città ostaggio dei bulli, tra risse e atti vandalici. Il sindaco Mancinelli tuona: «Superato ogni limite, li prenderemo»

Mercoledì 9 Giugno 2021 di Maria Cristina Benedetti
Il sindaco Valeria Mancinelli

ANCONA - La cura è l’educazione, il corollario è la repressione. Valeria Mancinelli mette in riga bulli e vandali con un secco: «Va ristabilito il senso del limite». La sindaca non transige: «Troppo spesso è saltato». 


Non appena il virus ha allentato la morsa e il coprifuoco s’è ridotto di un’ora, in città le bande giovanili sono tornate a sfidarsi. Un’esplosione prevedibile dopo mesi di contenimento forzato?
«No, c’erano anche prima. Semmai, come per tante altre cose, il Covid ha funzionato da evidenziatore. La causa non è lì». 

 
L’allarme è alto dopo la tripla rissa di sabato sera e l’altra, di lunedì notte, alla Banchina. I fatti sono incontrovertibili e con l’arrivo dell’estate il fenomeno si acuirà. L’attività repressiva da sola, non basta. Concorda?
«Sicuro, ma è necessaria. La cura è l’educazione della quale fa parte anche l’inibizione dei comportamenti sbagliati». 


Oltre ai controlli, seppure imprescindibili, ritiene che sia utile e possibile analizzare il disagio e tentare di individuare gli strumenti di insegnamento e di sensibilizzazione per superarlo?
«Ripeto: è spesso saltato il confine tra ciò che è consentito e cosa no. Il disagio c’entra, ma fino a un certo punto. Perché non tutte le situazioni di malessere si traducono in azioni eccessive, che trascendono. Il nucleo è: il senso del limite». 


La violenza dei giovani si combatte più a scuola oppure in famiglia? E soprattutto come, secondo lei?
«Si contrasta ovunque. I ragazzi, gli adolescenti si sostengono se la linea di demarcazione tra ciò che si può e ciò che non si può fare gliela rendiamo netta, quasi manichea. E tutti siamo chiamati a farla rispettare». 


Tutti, li metta in fila. 
«La famiglia, la scuola, le istituzioni, i corpi intermedi, la comunità. C’è uno sforzo che va fatto su più fronti. Ma, appunto, la repressione è uno dei modi, non l’unico, per rendere chiaro e definito quello spartiacque». 


Uno strumento ci sarebbe: il Daspo urbano. Prevede multe da 100 a 300 euro per chi provoca danni o disturbo alla collettività, con possibilità di allontanamento da particolari aree urbane. Un’arma che non è stata mai utilizzata. Perché?
«In realtà è stata usata pochissimo. Il problema non è quale misura adottare, ma piuttosto è l’identificazione dei soggetti che si rendono responsabili di una condotta illecita. Di sanzioni ce ne sono». 

Quindi? 
«Peraltro con il Daspo si vieta, per un tempo limitato, la frequentazione di una certa zona, e poi quelle bande te le ritrovi a colpire da un’altra parte. Non è una misura particolarmente efficace. Ribadisco: l’elemento principale è l’identificazione dei soggetti. Sul piano repressivo, e non solo, perché è comunque un passaggio centrale anche per mettere in atto altri interventi». 

Il prefetto ha convocato subito una riunione di sicurezza straordinaria. Quali ipotesi di soluzione e che richieste avanzerà in quella sede?
«Proposte operative concrete: le discuteremo venerdì prossimo, ci confronteremo lì. Non ho ricette preconfezionate da comunicare. Parlandone insieme con prefettura, questura e polizia locale, possono essere affinati suggerimenti per ulteriori iniziative, oltre a quelle che già sono in campo. Perché non è che si parte da zero».

Ma da una linea di demarcazione sì, a sentir lei. 
«Netta, manichea».

 

 

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